Fifi Howls from Happiness. Il mondo segreto di Bahman Mohasses

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Fifi Howls from Happiness. Il mondo segreto di Bahman Mohasses

Continua l’avventura cinematografica meneghina. E’ la volta di un documentario molto toccante della regista iraniana Mitra Farahni, “Fifi Howls from Happiness”. Letteralmente “Fifi urla di felicità”, titolo di un’opera del celebre pittore Bahman Mohasses, a cui la pellicola è dedicata.

Dolce tenacia. Così potremmo descrivere in due parole il temperamento della Farahni, in grado di scovare in un hotel romano un artista di tale levatura dato per morto per moltissimo tempo. Guardando le immagini di quest’opera appare chiaro come ella fosse forse l’unica in grado di raccontare gli ultimi giorni del grande maestro, con costanza senza tuttavia risultare mai invadente. Mitra rappresenta il pubblico di cui Mohasses necessita, di cui ogni artista ha bisogno per completare la propria eredità. Ma è la sensibilità con la quale gira a fare davvero la differenza: l’artista si muove con naturalezza davanti ad un occhio che riconosce come amico e si diverte anche a stuzzicarlo, a farsi esso stesso regia del proprio lascito.

Mohasses ha un temperamento allegro e ironico, nonostante il disgusto spietato per il mondo che lo circonda e in cui non riconosce salvezza alcuna. Mostra con orgoglio i cataloghi delle sue opere che tuttavia ha distrutto egli stesso perché, sottolinea, può decidere solo lui il destino dei propri figli.

Fuggito definitivamente da Teheran nel 1969, si rifugia a Roma, città che egli descrive come “zeppa di sperma proveniente dagli atti sessuali dei suo antenati”. E’ un provocatore Mohasses. Nella sua omosessualità che disdegna “le fighette moderne” mentre ha una predilezione per gli uomini veri (che hanno anche una fidanzata). Nel suo rifiuto a sottostare alle logiche di mercato che vorrebbero lasciar scegliere al committente il soggetto e il modo in cui l’opera dovrebbe essere eseguita. Mitra si insinua nel suo percorso con la costanza di una goccia che scalfisce la pietra e lui l’ammira, gli è grato. Perché è consapevole di essere il protagonista di una storia che vale la pena raccontare. La propria vita, che appare come un eterna lotta tra l’affermazione del suo talento e l’incomprensione che deriva da esso. L’assistere, purtroppo impotenti, ad un mondo che si fa incurabile – le guerre, le bombe “intelligenti”, la dispersione di petrolio… – e gretto.

Ma in fondo, essere artisti vuol dire anche un po’ sperare che le cose possano cambiare. Mitra e Mohasses. Il loro incontro non è casuale. Il loro esserci è già sinonimo di speranza.

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Alice Ungaro
Alice Ungaro
Gravita nel mondo dello spettacolo e dell’audiovisivo sin da piccola, manifestando capacità organizzative e di leadership che la conducono velocemente dall’altro lato della camera. Fermamente convinta che lavorare con passione sia l’unico modo di lavorare, ha fatto dei suoi interessi il suo “core business” specializzandosi nell’organizzazione eventi e nella comunicazione.

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