Il Cantico di Pietra Sesta Sinapsi

Pacific Rim – Guillermo Del Toro
6 Agosto 2013
Se sposti un posto a tavola – Christelle Raynal
7 Agosto 2013

Il Cantico di Pietra Sesta Sinapsi

Il Cantico di Pietra Sesta Sinapsi

sesta

Camminava in mezzo alla strada, enorme anche se tagliava fitto tessuto urbano, vuota pur potendo accogliere folle con responsabilità diluita quasi del 100 %. Anche la gente era un sunto dei viaggi precedenti; c’erano grossi omoni vestiti solo di tatuaggi ritraenti ridenti cartoni animati o carinerie mielose fino al fastidio, smilzi becchini con un sorriso mediocre cucito al posto della bocca, giovani e baldanzosi e adolescenti ed emo eroi in preda all’amnesia, gruppi di geek che si calavano dai tetti e con vecchie altolocate imbastivano spettacoli dal grottesco human interest.

Attorno greggi ignari, o autarchie assolute. Prese una via, sotto una vecchia canzone popolare irlandese dava il tempo alle masse. O avrebbe dovuto, ma falliva clamorosamente. La gente si scontrava, strideva e rantolava. Sembrava un documentario votato al contrasto per sottolineare un processo, il processo dell’assoluta incoerenza del mondo.

Lui, dal canto suo, un minimo si adeguava alla musica. Non ci voleva molto, era schietta epica sotto le vesti leggere di una bonaria allegria popolana; il suo aspetto anche mutò: dimagrì ancora, i tratti divennero un misto di bucolico e deciso, i colori virarono in tuoni di aspro, e i vestiti si macchiarono d’un dandy popolare. Si sentiva energetico, da una fonte di fugace appartenenza ad un mondo in cui sarebbe finalmente caduto, sublimato o emerso definitivamente. Niente strascichi, niente parzialità. Non era male. Comunque.

La canzone parlava di un fuorilegge, Sweet black, che, dopo aver perso la mano sinistra in un misterioso patto con un non meno misterioso lupo dal sapore ancestrale, tornava alla tranquilla vita di tutto i giorni; la ballata era un richiamo per il guerriero alle armi, a tornare di nuovo a combattere: nuovi pericoli si profilavano e nuovi dei reclamavano il proprio ciclo di odio, e l’arto mancante era due volte coperto dal suo coraggio e bla bla bla…insomma una leccata di culo, una sorta di “riparti Ulisse che tanto non sei tagliato per la vita coniugale”. Del resto era vero, toglici la guerra e cosa mai è un uomo, o Laz? Laz non è immaginabile mentre rincasa e legge storie della buona notte ai propri bimbi mentre la sua consorte li spia commossa. Voi non lo leggereste, se così fosse: non potrebbe fregarvene di meno.

Laz crede in quelle strofe.

E appena lo realizza, una barca inizia lentamente a sorreggerlo dall’asfalto. Saliva gradualmente, portandolo sempre più in alto. I passanti andavano avanti e indietro, senza accorgersene. Il volume della canzone aumentò anch’esso, e Laz si trovò a navigare alla testa d’uno splendido veliero che falcava il grigio come fosse un prato di placidi flutti. Dall’alto la spianata dei tetti mozzava il fiato; era come scoprire un piano superiore con proprie leggi e segreti propri. Le tegole cambiavano tinta a ogni minimo sobbalzo del sole, o in base alla violenza delle piogge che qua e là s’esprimevano in capricciose cascate.

Ma non durò molto. Su un coperto di laterizi arancio vivo sedeva un uomo. Era d’una bella vecchiaia, il torso scoperto innervato da potenze giovani e i capelli candidi in gran numero gli attorniavano la fronte. Larghi pantaloni neri scendevano a spiovente. Fumava, e in un modo tutto suo, non definibile.

-Benvenuto.-

Comments on Facebook
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

Comments are closed.