Il Cantico di Pietra Quinta Sinapsi

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Il Cantico di Pietra Quinta Sinapsi

Il Cantico di Pietra Quinta Sinapsi

quinta

-Per inciso, vi supero in consapevolezza e conoscenza dell’attrito e, per più importante inciso, il mio piano è superiore al vostro. Un’arma brandita da me è parte di me, a differenza del vostro stadio esistenziale, in cui tutto è utensile.-

-…e straordinaria lucidità nella distorsione neurale…- aggiunse il poliziotto.

-Spero d’essere stato esauriente, nella spiegazione.-

-Umm..oh, s….-

Il respirò si dissolse, troppo veloce per portare dolore, o fastidio; urla di sorpresa, uno strappo stridente, ovattato, anidride carbonica e ossigeno squarciati, e sei tonfi tremendi. Oggetti caduti. La vista tornò con lo sguardo triste del signor 30×2:  -come le ho detto, sono profondamente dispiaciuto.-

Poi, le tenebre.

Dalle tenebre Laz emerse. Ricordava, non tutto né precisamente, ma il sunto sì, eccome: svegliarsi ed essere guidati ancora dalla notte, sebbene questa rimanesse ai bordi sfocata e necessaria d’una decente interpretazione.

La città, quella vera, si spargeva adesso a perdita d’occhio lungo ogni arteria principale, ma più che canali sanguinei ogni punto era un cuore, dal battito incessante e danzante ribelle e fiero rispetto ai fratelli. Tutto risultava un soppesato misto dei posti che serbava nel cervello: piramidi, rovine, grattacieli, giardini pensili, fortezze e vallate che più che un polmone verde apparivano dominate da un cancro terminale e stoici ed illusi anticorpi.

Lui aveva passato abbastanza esami per giudicare, i voti marchiati sulla pelle e poi sciolti sotto la prima ruvida pioggia del cambiamento. Giudicare è necessario, come scegliere. Le nostre mani sono sempre sporche, uno sporco che non si può lavare, una bandiera bianca che non vuole issarsi perché il bianco, tra i milioni di colori che esistono spesso innominati, è l’unico che esistere non sa.

Sapeva di non essere uno, e sentiva il coro armonizzarsi n un unico intento, privo di morale dovendo un’etica edificare.

Ma questo era il minimo sindacabile. Era aver tratteggiato a grandi linee le vie di fuga ed i modelli, prima del corpus.

La realtà esigeva l’opposto. La realtà era un’altra questione. La realtà, nella sua estrema e perfetta difficoltà, ti diceva se la tua era una droga o qualcosa di veramente buono. E non c’era una seconda possibilità, una procedura d’appello.

Non sapeva dove poter iniziare. Non si diede tempo di pensare ai contrari, alle postille, alla programmazione; quindi ogni porto poteva andare, per esplorare forse non l’ultima realtà, ma quella in cui si era fermato. Trovò un punto a caso, brillante, e ci si diresse con foga.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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