Il Cantico di Pietra Terza Sinapsi

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Il Cantico di Pietra Terza Sinapsi

Il Cantico di Pietra Terza Sinapsi

terza

O l’Altissimo si era divertito a dipingergli sull’interno palpebra il ritratto del proprio locus vivendi, o la sua spiritualità era indiscutibilmente ad un livello assai infimo, per non dire disperato. Come se avesse tenuto i filtri aperti, in parole poverissime. So uscì, non sapeva se con la mente, con il corpo, o con una improvvisata via di mezzo.

La strada era ne più ne meno quella incorniciata dal buco: la fauna umanoide s’ostinava a non accorgersi della propria inesistenza, e i discorsi continuavano nel loro innocuo rituale, tra Bruce Lee quale vero e proprio sapiente dalla elettrostimolata e collettiva cicuta, il premio Nobel per la pace alle Pipettes (meritato), le pisciate sul copyright di Huxley e la sconcertante versatilità di un certo BzdAAA. La terza cosa sembrava essersi presa una pausa, quindi optò di scorgere tranquillità, e decise per un carattere Arial (i monopoli sono duri a morire anche sul piano onirico, sempre se questo lo sia) riguardo alla propria modalità espressiva. Però era difficile comunicare attivamente: gli indigeni parevano avvertire la sua rigidità, quel bisogno di fermarsi, di fiato, di non carpire, e loro ne sapevano comunque di più su tutto. Gli interventi che sganciò (così blandi da essere istantaneamente rimossi) si rivelarono insulsi rami morti d’un fiume al contrario psichedelico, massiccio, e maledetto; non ne soffrì molto, però: del resto era pur sempre un umano, e doveva stoicamente attaccarsi come la sua razza di norma fa (l’uomo medio qui annuisce soddisfatto). Quindi si limitò a passeggiare per la città, una città calda, vibrante, e impossibile. Ogni elemento, ogni lampione, ogni modo d’essere era diverso, eppure riconoscibile, assimilabile, amico: uno splendido ponte arcato, dalla roccia antica e i camminamenti di boccioli d’un viola sfrenatamente innamorato di blu. E gl’altri, quegl’altri che parlavano, gesticolavano con quegli arti spesso senza mani e piedi, che ridevano di  e si struggevano di , e niente d’inutile oltre…che non si stancavano d’ascoltare, di trasmettere…beh, stava concretamente lì la differenza; certo, non basta, è probabile e si concede…l’uomo medio riapparve nel proprio compiaciuto silenzio…però…alla fine forse sarebbe tornato, e l’avrebbe trovata identica, come una foto senza aria, o un amore senza quotidianità; e, mentre udiva i volenti colpi d’annunciazione alla porta, sentì che questo non era, in fondo, così tanto sbagliato.

I tuoni aumentarono, ancora e ancora e ancora; la testa imparò il ritmo della terra, lo stomaco di qualcos’altro, lui pensava solo a ridistendersi sul proprio ancestrale e personalissimo letto, e aspettare…i gherrici, il monte Megiddo, il telefilm interattivo delle 17…aspettare, la falla d’un immortale che immortale non è: bello, bene, eros, ragione, disprezzo della ragione, meno glucosio….aspettare, pochi cittadini si dilettano in ludi nell’aspettare. “Cosa?!?”, fa dall’interno l’uomo d’imperitura meraviglia che da Virgilio divenne Efialte, ed infine Nestore. “Ciò che attendiamo tutti, mio buon idiota (o eri Domenica?): la fine” rispose, e avrebbe volentieri firmato e autenticato per ricoverarsi e abbandonare le gesta, e magistralmente. Ma la terza cosa riapparve giusto a pochi passi dal suo realissimo portone, con aspra e oltraggiosa sorpresa: era uno sfigato. Ed era verissimo, anche se come già narrato eccentrico. Un giovane omone con addosso una sgualcita calzamaglia da carnevale, che ne metteva in risalto i polpacci inspiegabilmente scheletrici e lo sterno a deforme spiovente: orribile. L’adone gli andò incontro, aria triste per quanto il viso amorfo potesse trasmettere un qualche barlume di autocoscienza. Fece per scansarlo, ma questi si spostò (sempre in maniera orribile) e gli sbarrò compiutamente la strada. Si girò, giusto il tempo di vedere i peluche scomparire magicamente in un’accecante pioggia capovolta. Si rigirò, e la stregoneria di quell’essere (orribile, ricordiamolo) non volle, all’opposto, saperne di dissolversi.

-Chiunque tu sia, io devo andare.-

-Io sono Ulisse, uccisore d’eroi.-

-Qualunque cosa tu voglia dire, io devo andare.-

-Ti ammonisco, ciò è la mia funzione, a questo servono i Deida.-

-Tu non sei un Deida…piuttosto un miserabile, patetico arreso.-

-Io ho ucciso la Progenie Mitica, ed instaurato i mondi.-

-Allora sei Satana, o chi si prende la briga di fare questo lavoretto schiettamente superfluo.-

-Tu erri.-

-Ma dai?-

-Concettualizzare il tuo senso: ciò ti turba, io vedo.-

-Io ho non un senso; uno solo, al giorno d’oggi, mi pare riduttivo.-

-Oh, ma unico lo vorresti.-

-Sarebbe più facile, non posso negarlo.-

-Eppur rammenta, dar nome al soffio strappa le ali…schiavo di un’era di te stesso, come un fiore innamorato del colore del proprio bocciolo.-

-Non mi dai alternative…voi fate sempre così…cantiamo, beviamo, amiamo, eppure caduti noi siamo sempre, come caduto è il nostro paradiso.-

-Ne scrivete spesso…ma tuttavia tu devi sperare, non puoi…-

-Vai via.-

-Andrò, se ti piace crederlo…as you like it…l’assenza è  vostra effimera cloroformizzazione.-

-Locale, e mai fatale…haimé…-

-Ah, questo interludio è gentile concessione del tuo altolocato ambasciatore.-

-L’avevo intuito…-

-E?-

-E, francamente, non me ne potrebbe importare di meno.-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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