Il Cantico di Pietra – Prima Sinapsi

Finché zombie non ci separi di Jesse Petersen
1 Luglio 2013
LIMBO disponibile su App Store
3 Luglio 2013

Il Cantico di Pietra – Prima Sinapsi

Il Cantico di Pietra – Prima Sinapsi

prima sinapsi

C’erano diverse cose che non andavano: la prima erano i pupazzi di pezza che passeggiavano nel dipinto apatico della finestra, un diorama tra un teatro Nō smaccato a miele e la puntata pilota di Winnie the Pooh secondo Matt Stone e Trey Parker, e già come inizio sarebbe potuto decisamente bastare; la seconda si riassumeva in pratica nel fatto che il sole stava sorgendo perpendicolarmente a dove spuntava di solito, dividendo così il mattino in due spicchi di rarefatta, impossibile e tra virgolette sublime bellezza; la terza erano, last but not least, certuni assurdi individui bizzarri (seppur alquanto umani) che parevano darsele d’ideologica ragione in mezzo ai coniglietti in kilt e agli scoiattoli in armature kawaii; “tipo quelli dei manga, comprendi?” cercò di comunicare con l’uomo medio dentro di sé, “sai, il…”, ma quello aveva la classica bocca flaccida, ruminante disprezzo e superbia, che rispolverava ad ogni dualistico approccio; “vedi, questa è chiusura, cacchio…trovami un connubio di tradizione, disordine coevo ed allucinazione futura tra le pagine dei tuoi fumatori convinti, figli e padri di nulla, e in quei film, i tuoi introvabili film, in cui merde esemplifica un contesto esistenziale di pura accidiosa decadenza inflitta, in repeat per sottolineare la novella deprivazione di almeno una qualche originalità, alla generazione post guerra fredda, e mai MERDA…dai dimmelo…io aspetto…”. L’uomo medio è taciturno, ma a suo modo risponde. E quell’aria di superiorità che ha incollata alle narici, alle piaghe impercettibili del volto, che lo fa andare fuori di testa. Peccato che l’uomo medio abbia un po’ dei suoi occhi, se no lui piangerebbe; piangerebbe e si sentirebbe un attimo meglio, almeno un attimo vuoto, perché sono i pianti dell’anima a bruciare di più, e instancabili urticanti affilate pesanti ed indigeribili quelle lacrime: rughe che striano lo spirito, o chi ha il ridicolo coraggio di farne le veci.

Almeno la stanza era rimasta essenzialmente identica, anzi appariva d’una estrema nitidezza con la nuova e sfavillante luce traversa, e stette per un po’ a guardare le proprie cose, dimenticandosi delle tre che invece non andavano. Poi, però, cambiò idea, e decise di preoccuparsi, pensando che in fondo tutto è meglio della noia, insindacabilmente tutto. Riguardò fuori, e in effetti il quadro avrebbe colpito anche il più temprato dei dissanguatori morali dell’erudizione facciale con la quella folle verve ipercinetica: esserini adorabili, vestiti nei più eterogenei stili che lo spettro pop potesse plasmare e rigurgitare, scorrevano sulla strada di cartone come un oceano in cui ogni goccia avesse optato per un blu diverso, e se ne sbattesse allegramente delle scelte altrui; parlavano di temi leggerissimi, eppure resi intelligentissimi proprio perché argutamente leggerissimi: passavano dal ruolo dell’omosessualità femminile nel quarto episodio di Star Wars alla resurrezione postevangelica di Nietzsche con una nochalance degna d’un Elia appena fattosi di Mescalina, e lui li odiava. Prese ad odiarli tremendamente, ciecamente, inspiegabilmente. Anche se erano davvero graziosi, una sorta di sogno di un’indigestione di mezza Pasqua, avrebbe voluto staccare ciascuno di quei morbidi e soffici peli che ora ondeggiavano ovunque, rendendo più dettagliato e ricercato del reale il suo caldo, logos-da-te reale stesso. Tuttavia, il fatto che li percepisse tanto distintamente lo frenava, in un certo modo. Non che li udisse, quei tipi non emettevano alcun suono; più che altro scrivevano su delle vignette bianchissime i loro pensieri, a volte lettere, spesso disegni. C’era un gran traffico di discorsi, e si stava instaurando una certa gara per fare spazi enormi con cui speronare quelli più piccoli. Ma troppa confusione per capire se qualcuno stesse riuscendo. Presto smise d’odiarli, più per noia che per altro.

Il telefono (fisso! immagine subliminale de Il bue squartato di Rembrandt) squillò. Assai retrò per smuovere le acque, pensò guardando beffardamente su. Quindi alzò la cornetta rosso sbiadito e articolò un pronto solido, tra l’144 e i giorni migliori della nostra vita. Rispose un tizio.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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