Il Cantico di Pietra – Connessione

Top Ten Videogames Maggio 2013
10 Giugno 2013
Apollo e Dafne a Palazzo Braschi, un video che trasforma il marmo in cinema
13 Giugno 2013

Il Cantico di Pietra – Connessione

Il Cantico di Pietra – Connessione

connessione

Tavola con forti chiaro scuri, un sapore che ripercorre tratti squadrati negli elementi cardine, e tondeggianti per le comparse: una figura esile in primo piano, vista di spalle; davanti, una progressione di potenze di varia provenienza: tulpa più o meno sbiaditi da interferenze parallele alla terra, mostri biondi e castani, di bel aspetto, esplosi insieme, gentilmente, strusciandosi addosso in una sorta di arena democratica che è mediocrità; catene che convergono verso otto apici, tanto soffusi da essere toccati dalla luna mentre la figura è inondata di luce, e viceversa.

-E quindi eccomi qui. –

Lasciato a sogni pesantemente depurati, reduci da una salata strigliata e strette di mano che sgretolano i nervi fino a raschiarti le labbra.

-Sputando tutti questi termini aulici che ci siamo sorbiti per non so quante migliaia di caratteri.-

Scrocchia il collo; sonoramente una corteccia di salice alle prime unghiate nervose di un temporale vergine.

Mette in moto le spalle, onde perfette che mordono l’aria con contenimento quasi commovente.

-Mi tasto il cerchio del bacino, mirando a caso tra la folla.-

Una folla in cui solo le teste improvvisano una striatura per distinguersi. Il resto è un barattolo di vernice scoperchiato e gettato sulla tela della visione bidimensionale che chiamiamo “culla della profondità”.

La violet avenue inizia dai suoi piedi e si perde in mulinelli di nebbia, grigi sovrapposti che rendono il dì identico alla notte; ma la notte cade sempre, quel misto tra stanchezza e vibrazione sottocutanea continuamente in agguato.

-E’ un buon momento per nascere, manca unicamente il motivo, o almeno un appiglio decente. Il mondo bisogna capirlo, e per farlo si caccia ovunque. Ovunque. La puzza sotto il naso spesso è ignoranza, piuttosto che disgusto.-

Come svegliarsi da un’ottima sbornia.

-C’è un mucchio di gente che pontifica sul come si arriva a una posizione di potenza; sulle origini. Vi dico, e consiglio di fidarvi, che sono cazzate. Conta che ti ci ritrovi. Conta che l’energia sia maturata. Conta che le perle di memoria disposte sul filo della pioggia formino una pozzanghera tra pozzanghere, fango tra la terre, cielo circondato da fuliggine, e che da li tu emerga. La filosofia cosiddetta sovversiva si masturba troppo con giornali inutili; è quel tipo di autoappagarsi che preclude la carica alla riproduzione neuronale, al profumo della carne, all’estasi fine ad ustessa.

Ma ciò che è più importante è quanto si chieda a noi stessi. L’eroe, colui le cui gesta risuoneranno nei secoli e dentro gli animi, pretende oltre la felicità. Pretende di avere come figlia tutta la futura umanità.-

Un lavoraccio. Ma spesso si agisce inconsciamente per la propria crescita, e ci ritrova d’incanto sulla prima vetta; che di per sé vuol dire poco, ma in prospettiva è il biglietto per qualcosa, il tunnel delle meraviglie.

Che i polmoni suonino, ed inizi la storia.

Tante traiettorie lo sfioravano, dall’alto arabeschi d’un artista cieco infuriato col cielo. Parlantine si accavallavano sugli strati dell’aria in idiomi serrati, in cui il fiato si prendeva in attimi ben studiati. Le frasi duravano un’eternità, e l’alterità garantita giusto tramite brusche interruzioni, o sorpassi di un monologo sull’altro. Il contenuto variava, resoconti e poesie, ma pochi frammenti utili per orientarsi o legati alla sua vecchia realtà di Nanoih, Felea, e Magister, vaporosa anche nel bagaglio sopra le sue spalle. Un frappè miscelato male, rancido. I passi andavano e venivano estranei, accentuando le buffe vesti sotto singolari tratti somatici e acconciature. Non che potesse concentrarsi, troppa nausea e mal di testa, ma ne ricavò d’essere allo sbando.

Tra i vari ritmi di passeggio iniziò a suonarne uno conosciuto; non perfettamente coincidente, certo, ma a grandi linee e con un peso maggiore ben pochi dubbi nutriva. Il respiro, che pulsò ad un tratto in accompagnamento, tolse anche quelli.

Non si voltò, non ne ebbe il bisogno; Pinto gli si parò davanti con un salto sgraziato, e tuttavia carico di buone intenzioni: in effetti era cresciuto, e la sua testa ora arrivava quasi al mento di Laz; la carnagione sembrava rame, indistinguibile se baciato dal sole oppure dalla fucina della vita, mentre gli occhi, totalmente inespressivi, erano  identici. Portava un lungo cappotto marrone che quasi si confondeva nella pelle, se non fosse stato per certi sonagli attaccati alle tasche, comodi jeans finemente sbragati verde scuro e una canottiera giallo fosforescente, allergica al sudore. Uno smilzo sagomato reduce da una piena giornata di lavoro.

-Laz! Anche tu di ritorno?-

Laz gli suonò famigliare; -sì…-

Comments on Facebook
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

Comments are closed.