Il Cantico di Pietra – Crepuscolo

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Il Cantico di Pietra – Crepuscolo

Il Cantico di Pietra – Crepuscolo

crep

Noi siamo miracoli di chimica e fame. Io sono il tuo giusto nutrimento. Fino ad ora hai mangiato per quello che avevi compiuto. Da ora in poi banchetterai per ciò che dovrai fare.

 

Imberbi con rughe incise da taglierini infetti camminano rasente i muri, su un marciapiede stretto e malmesso che contorna una via di fuoco. La vecchiaia si posa priva di grazia sui loro capelli sporchi, che si muovono come cadaveri in deflazionata danza macabra. C’è aroma di stantio, di ripetizione al proprio apogeo, d’eccesso d’assenza di speranza. Alibi adornano le griffe sbandierate al pari e ben superiori a bandiere adesso bucate da vermi, vermi incubati nei residui di spreco sull’acne grossolanamente coperta. Le taglie sono maggiorate, maggiorati i riflessi, per nulla.

La piramide saltella, indecisa, ai limiti di veduta.

Lei è in lui, una consapevolezza; una possibilità, come molte parti di noi. Solo che ha deciso di prendere piede, di dirgli che ci sono sfide che da soli non si può vincere, che permangono limiti che distolgono da una singola perfezione per una perfezione più grande.

Evolversi interiormente è solo una questione di coraggio: non si ascolterà mai qualcosa da pedissequamente copiare, ma soltanto il fruscio delle vie dove scorrerà la tua certezza. E non parliamo di chiusura, come l’adattamento contemporaneo si ostina ad appellare; qui discutiamo di occhi chiusi annusando libere cadute. Il progresso che ci porta, corrente di mistici e d’appelli, scavando le leggi che danno il nostro passo, è un dilatato sprint che lascia sguarniti i fianchi dell’anima: non esiste autentico pensiero in grado di domarla; non esiste storico orrore che non si possa usare per giustificarla; l’eterno ciclo ha preso anche il brivido dell’azione, e a questo ci abbandoniamo, una storia rivissuta, una cancrena pitturata al banchetto del medio. Mancanza d’equità, mancanza di vera profonda equità. Così si prova a cogliere dall’aria, chiamando a tonsille irose qualcosa che risonda d’uguale voce, un improvvisa luce prima del calare. Una mano distoglie, non risolve, non placa. Ma distoglie, e almeno giochi in campi conosciuti, rispondi per una volta certo di non errare, non vergognarti. E la testa si scontra contro muri d’aria, cuscini con rampicanti che ti pressano lasciano che il torrido sottometta le palpebre e s’espanda nel grigio.

La piramide è scontata, ma lei è qui.

Lei è l’oltresogno. Lei è la luce, che porta la tenebra. Lei è dove finisco, e mi ritrovo ad avanzare. Ancora.

Guardati.

Questa è una terra di mistero e meraviglia

Guardami.

Questo è uno stormo lanciato sul ciglio più fosco.

Una rivoluzione è alle porte. Non devi temere. Non devi gioire. I mutamenti non hanno segno, semplicemente sono; è una questione di quantità: per ogni valore che acquistiamo in qualche automercato, ne perdiamo un altro; per ogni scoperta, l’oblio si prende l’ultimo anello. Legati a un numero, a prevedibile piano dinamico.

Ci sono cose che non sappiamo più nominare. Cose che ancora aspettano un nome, quindi sostanza. Ciò che voglio dirti è che presto ci sarà una rivoluzione; presto, sul murale smagliante e consunto dove le parole con cui differenziamo e diamo valore alla realtà sono caoticamente disposte, grandi quanto grandi ai nostri occhi, ci sarà un certo movimento. L’inchiostro freme dal suo stagnante loculo, i ronzii dei terminali diventano insopportabili. E ciò perché qualcosa sta arrivando. Qualcosa che ci ricorderà di quanto presiedere al verbo sia strumento di potere; qualcosa che eroderà i vecchi vocabolari; qualcosa d’affilato e implacabile. Tag, brand, acronimi e sigle sono solo l’avanguardia, l’infanzia…io parlo delle oscurità che si aggirano tra i volti quando alto è il pianto del meriggio, sottratto a forza dal fresco calore della notte; parlo dei silenzi d’eghi che troppi respiri rantolano, mentre fiumi di pensieri si perdono nel sidereo vuoto; parlo dell’estasi del rompere il dogma dell’equilibrio costante, e riversarsi fino ad accarezzare una tenera particella.

Il passato è scandito da discese di Dei, d’avatar emaciati di potenze celestiali, di sofferenze per un imperscrutabile monito…ora, ora che è il futuro, io dico di cambiare rotta. Dico di ascendere.

Qualcosa sta cambiando.

Ha i nostri nomi.

Niente di più.

Iniziamo col mio.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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