Velvet: “Ripartiamo da zero”

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Velvet: “Ripartiamo da zero”

Pier, il leader dei Velvet, racconta a Four il ritorno della sua band con La razionalità

pierPer aver rimuginato sul loro futuro per più di 2 anni, i Velvet sono tornati sul palco con le idee molto chiare: La razionalità, nuovo ep del gruppo e titolo del singolo di lancio, rilancia il gruppo con un poderoso suono elettronico e ritmico, che è stato testato con successo sul palco del Lanificio 159 di Roma, come anteprima del tour. Proprio prima del live, abbiamo parlato con Pier, leader e voce della band romana.

La prima cosa che salta all’orecchio è questa svolta elettronica, elettropop, synthrock. Al di là delle definizioni, da dove viene e dove vuole andare?

Viene dal percorso che abbiamo fatto negli ultimi due album, già nel 2009 con Nella lista delle cattive abitudini, mixammo il disco in CasaSonica, perché volevamo cercare di inserire una dosa di elettronica nella nostra musica. Anche il nostro best of è stato rielaborato in questa ottica. Adesso credo che abbiamo raggiunto un’evoluzione corretta, siamo riusciti a riequilibrare il suono tra elettronica e i Velvet. La razionalità in particolare penso sia un brano che ha messo al posto giusto tutti gli elementi. Magari in passato i pezzi erano più sbilanciati, senza un equilibrio definitivo, ma è normale trovarlo lavorando. Questo ep è il risultato finalmente del lavoro in studio fatto da noi: ce lo siamo prodotto da soli, registrato e mixato con le idee abbastanza chiare, cercando di fare il massimo che potevamo fare. E sono contento che stia riscontrando un sacco di gradimento.

Anche perché sia La razionalità sia la versione inglese di 100 corpi punta decisamente all’Inghilterra e all’Europa, come suoni ma anche come mercato.

E’ un elemento che credo a noi non sia mai mancato, in tutte le nostre produzioni. Non abbiamo mai pensato a rimanere confinati in Italia o comunque a definizioni geografiche dei nostri pezzi. I nostri modelli e le nostre inclinazioni non sono italiani. La musica con cui siamo cresciuti è evidentemente la new wave, Depeche Mode, U2, Cure e poi, dopo questa formazione, il grande entusiasmo verso il brit pop. I nostri esordi erano marchiati dal gigantesco successo che stavano avendo band tipo Blur, Oasis e noi volevamo essere i Blur italiani. Boy Band era la versione italiana di Girls & Boys nella nostra testa.

A proposito di Boy Band, come si riesce a uscire da un successo, da un tormentone che ha rischiato di schiacciarvi?

È difficilissimo infatti, non te ne rendi conto: dopo appena 2 mesi dalla pubblicazione eravamo in testa a tutte le classifiche e da esordienti, che magari avevano un canzone in radio e un passaggio a Sanremo, eravamo diventati altro. C’è stato un giorno preciso, il 10 luglio 2001 che è anche il compleanno di mio padre, in cui suonavamo all’Olimpico di supporto ad Alex Britti che ci aveva chiamato poche settimane prima. E mi ricordo che per la prima volta, quando suonammo Boy Band, 20000 persone la cantavano. Da un giorno all’altro ci fu l’esplosione del pezzo e noi non capivamo fino in fondo. C’è stata un’escalation difficile da gestire, che riguardava proprio le nostre vite private: andavamo a cena da qualche parte e si formava la folla fuori, una notorietà quasi televisiva che non riesci sempre a maneggiare, anche per chi ci stava intorno. E rischi poi di diventare antipatico tuo malgrado: perché il successo diventa le critiche quando l’entusiasmo intorno a te cala, ed è lì che devi mostrare di avere polso, non farti influenzare dalla ricerca di quel pubblico, perché quelle dimensioni di pubblico sono difficili da mantenere: o ti trasformi in una band gigantesca che riempie gli stadi o no. Ma non puoi cercare di esserlo, è un’inclinazione che deve venire da sola. Ogni volta che ci trovavamo di fronte 5000 persone e ci rendevamo conto che la gran parte erano teenager o curiosi, cercavamo, anche inconsciamente, di trasmettere altro a quel pubblico. E quindi perdevamo quel pubblico senza conquistarne di nuovo, perché non trasmettevamo l’idea di gruppo che magari diamo a chi ci segue oggi e che all’epoca ci scambiò per una band teenager. Ci sono stati degli anni in cui, passati da tanto a 0, abbiamo dovuto ricostruire la nostra credibilità, che oggi credo sia arrivata a uno dei punti più alti del percorso.

Questa maturità si nota soprattutto nello scontro tra pezzi intimisti come 100 corpi e Le case d’inverno e l’invettiva politica di Evoluzione. L’autobiografia più marcata che si respira in questi pezzi è una ricerca precisa o una questione d’istinto?

È sempre la stessa ricerca autobiografica e in questo non siamo mai cambiati, dal nostro primo disco fino a Evoluzione le canzoni non hanno fatto altro che raccontare la nostra vita. I fan non sempre se ne sono accorti, ma per anni hanno amato canzoni che parlavamo fondamentalmente sempre della stessa cosa, che era la mia crescita e i miei problemi nel diventare uomo. Se si avesse la pazienza di andare ad ascoltare tutti i nostri dischi dal primo all’ultimo, noterebbe tranquillamente lo sviluppo di un uomo: i problemi da ragazzi, smarrimento, crisi personale, cose che tutti affrontiamo, e poi il recupero, la serenità, la riflessione sul fatto che accadono altre cose, oltre la tua vita. E non puoi non prendere posizione su ciò che vedi attorno a te, come la politica per esempio, fermo restando che non amo le band che fanno politica, perché credo che si debba salire sul palco, suonare e far divertire la gente anche con la comunicazione. E allora per Evoluzione ho preso frasi di altri, da Enzo Biagi a Petrolini, da Napoleone a Flaiano fino ai blogger, aggiungendo qualcosa di mio: alla fine, mettendole insieme, viene fuori qualcosa che sembra un racconto scritto oggi da qualcuno incazzato contro il governo attuale. È anche emblematica, sono passati 300 anni dal primo che ha scritto quelle frasi e siamo sempre nella stessa situazione.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal vostro lavoro discografico dopo l’ep e dal tour, visto che l’impatto sonoro del disco è molto possente?

Il tour lo stiamo iniziando adesso e siamo molti curiosi di sapere cosa accadrà, ci aspettiamo una grande serata. Siamo pronti e carichi per suonare. Poi proseguiremo da qui in avanti: siamo partiti un po’ a rilento perché il disco è appena uscito e abbiamo bisogno di un po’ di tempo per organizzare tutte le date, con la maggior parte dei festival estivi già chiusi. Adesso ci aggrapperemo a un calendario che proseguirà durante l’inverno e contiamo di farlo arrivare fino all’estate 2014. Discograficamente, la nostra idea è di pubblicare o un disco intero o un altro ep, ancora dobbiamo capire, immediatamente dopo l’estate, forse a ottobre saremo pronti. Da questo ep c’è La razionalità come singolo che sta andando bene, e ce la porteremo avanti per un po’, poi vorremmo estrarre un altro singolo, probabilmente 100 corpi e subito dopo uscire con del materiale nuovo. Le canzoni già esistono; non esistono i testi, ancora, ma quello è normale, vengono volutamente fuori sempre verso la fine del processo, perché mi piace lasciare che le canzoni crescano, inizio a pensare a quel suono fino a che non trovo quello che per me ci si sposa dentro. Nella vita può sempre succedere qualcosa da raccontare, meglio tenersi uno spiraglio aperto: adesso osservo, poi fra 5/6 mesi ci sarà forse il risultato. L’idea però è quella di proseguire con la stessa identica logica, solo e soltanto serenità nell’affrontare il lavoro in studio: stiamo ricevendo molti complimenti con l’ep, per i testi, la musica, la promozione, siamo felici e sappiamo che la prossima opera dovrà essere almeno a questo livello. Siamo fiduciosi, perché il materiale che abbiamo ci piace molto, ma ora dividiamo, per dare più attenzione alle singole canzoni.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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