Speciale Tarkovskij – Lo Specchio di Veronica Mondelli

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Speciale Tarkovskij – Lo Specchio di Veronica Mondelli

LO SPECCHIO (ZERKALO, 1975) di Veronica Mondelli

lo specchio
Per comprendere Lo Specchio occorre mettere da parte la razionalità e la logica comune. Bisogna, invece, seguire l’opera con l’istinto tipico dell’inconscio e lasciarsi trasportare dal ritmo sospeso, incongruo ma, allo stesso tempo, coerente dei sogni. Il film di Tarkovskij, infatti, parte da un semplicissimo presupposto, lo specchio: lo specchio che riflette se stesso e l’altro, lo specchio che diventa ingresso e tunnel verso nuovi mondi. In altri termini, lo specchio è il passaggio per il sogno e la surrealtà, ma anche il luogo in cui siamo faccia a faccia con noi stessi, con le nostre paure e i nostri desideri più intimi e inesplicabili. Ne Lo Specchio, gli sdoppiamenti e i riflessi sono molteplici: Maria è madre e moglie di Alekseij, il protagonista. Alekseij da bambino e suo figlio sono interpretati dallo stesso attore, segno di un’identificazione che rimbalza da un’epoca all’altra e che si nutre di desiderio: un figlio che vede nella madre il volto della donna amata. Alekseij e suo padre abbandonano entrambi la propria moglie e hanno un controverso rapporto con i figli. Alekseji, invisibile e che mai si riflette nei numerosi specchi sparsi per la casa, si identifica sempre con la macchina da presa come un grande occhio onnisciente, libero e demiurgo, proprio come avviene nei sogni. Dal “sogno” di Alekseij si dipanano ricordi e pensieri che, mescolandosi, danno vita a uno spazio e a un tempo realmente inesistenti, ma capaci di esistere solo nella nostra mente – l’unico luogo in cui realtà e finzione convivono senza incoerenza. Su tutto dominano due elementi: la struttura onirica e la parola. Le lunghe e lente carrellate che esplorano corridoi e aprono a nuovi mondi, in soggettiva, permettono allo spettatore di dominare l’intera opera e, allo stesso tempo, di farsi avvolgere dalla sua atmosfera impalpabile, onirica, orrorifica. Tuttavia, Tarkovskij insiste anche sulla parola: il film si apre con l’affermazione del balbettante ragazzo: “Io posso parlare!” e si conclude con l’urlo liberatorio, col suono inarticolato del bambino. La parola è razionale, ma la voice over che copre il film è linguaggio poetico (talvolta sostituito dalla musica), è parola che si disarticola dal suo canonico e piatto uso. Nel crescendo del film, il linguaggio parlato si fa via via sempre più istintivo e inconscio. L’urlo finale riassume ogni cosa, il razionale e l’irrazionale, il ricordo e l’immaginazione, la realtà e il desiderio inespresso: l’urlo è un grumo in cui rientra tutto e il suo contrario, espressione primigenia e sincera dell’uomo – quella davvero carica di senso.

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