Speciale Tarkovskij – Recensione di STALKER Alessandro Inzillo

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Speciale Tarkovskij – Recensione di STALKER Alessandro Inzillo

Recensione

STALKER  

di Alessandro Inzillo

stalker

Nascosta all’attenzione degli sguardi profani, celata negli anfratti più reconditi di un centro industriale degradato si trova la zona, un luogo rurale che accede a una stanza in grado di esaudire i desideri più intimi delle persone.
Lo Stalker,una guida abusiva dalla personalità mistica e controversa scorterà uno scrittore cinico e disincantato e uno scettico scienziato all’interno dell’area dove scopriranno la loro stessa anima.
L’intero lungometraggio di Tarkovskij è un rapido e incessante susseguirsi di metafore e simbolismi sacri a partire dai colori della pellicola.
Inizialmente il film si tinge dei contrasti del nero e del seppia, nella camera da letto dello stalker le volute scure avvolgono di tentazione profana la disperazione sulle pareti così come il bianco e il nero sui volti risaltano il dualismo delle anime perse. Nel bar desolato l’oscurità totalizzante sulle sagome e la luce a piccoli sprazzi sullo sfondo delineano le sfumature cupe di personalità svuotate dalla loro stessa luce interiore. Solo l’ingresso nella zona ci restituisce i colori naturali delle cose, come se il mondo ricominciasse a guardare con gli occhi luminosi della speranza. Appena introdottosi al suo interno scrittore e professore scrutano l’orizzonte senza vedere oltre il velo di disincanto che gli copre lo sguardo, al contrario la guida avverte subito l’alone mistico che regna nel luogo. Attraverso i suoi occhi e il racconto dello scienziato la regione ci appare come il punto prescelto da un entità divina per divulgare il suo messaggio di luce all’umanità e al contempo lo stalker sempre più mistico ed enigmatico se ne rivela sempre più il profeta, il fedele, il Caronte che scorta le anime sull’altra riva in attesa di giudizio finale.

I confini con la zona presieduti dalle guardie sono il tentativo dello stato di precludere al popolo la verità che si nasconde dietro la fede. La zona stessa piena di trappole e di volti diventa invece parabola della vita e della natura umana, come la vita e l’uomo è piena di ostacoli, è instabile, volubile, la sua trappola diventa la nostra voce interiore, il senso di colpa, la voglia di espiazione. Le continue schermaglie tra scrittore e professore simboleggiano l’eterna sfida tra l’arte e la scienza per elevarsi a modello assoluto sulla vita dell’uomo ma allo stesso tempo sono gli occhi che cercano di spiegare il mistero della stanza con le speculazioni della ragione, l’incapacità di scorgere la rivelazione senza la fede, la fame cieca di ambizioni terrene che si cela dietro le estenuanti riflessioni. Alla fine il giorno del giudizio scandito dalla litania fuori campo è proprio la stanza. Quella stessa stanza che prende potere dalla speranza abbagliante che alimenta e mette gli uomini davanti ai colori luminosi o cupi della loro stessa anima. A raggiungere la vera luce sarà solo chi ha accolto la fede sino alla fine.

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