Il Cantico di Pietra – Prima Mente

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Il Cantico di Pietra – Prima Mente

Prima MentePrima mente

-E’ un canto che sai non di qui…ti ricorda qualcosa, ma allo stesso tempo ti fa vedere qualcosa che sarà; una delle due.-

-E quando viene, Laya?-

-Di notte.-

-Lo vedi mai?-

-No. Una volta l’ombra, ma niente di più.-

-Hai idea, un sospetto, di chi sia?-

-E’ un ragazzo; credo un ragazzo magro. Suona e non si accorge di me.-

-E questo come ti fa sentire?-

-Lontana.-

-Da lui?-

-Come voler raggiungere un biscotto su una mensola troppo in alto.-

-Pensi potrebbe essere il mondo esterno, fuori da queste mura?-

-Sei tu quello che ci capisce; io so che è tipo una radio nascosta, che però sento benissimo.-

-Credi suoni anche per te?-

-Io lo capisco, ma non è detto che suoni per me.-

-Ok…-

-E una cosa brutta?-

-No, affatto…potrebbe voler dire che vuoi affrontare i tuoi problemi, e che ti serve qualcosa che ti spinga a farlo…una calamita, hai presente? E un bardo non è male, non pensi?-

-Sì, infatti.-

-Ora vai a riposarti, abbiamo finito…domani ti va di chiacchierare, sempre su questa cosa?-

-Sì…così hai il tempo di pensarci, vero? Perché io sono complicata.-

-Siamo tutti complicati…buonanotte Laya.-

-Buonanotte Doc-

L’inserviente la riprese, scortandola fuori dalla stanza.

Capelli biondi, a caschetto, pelle pallida e lineamenti consumati; la vestaglia azzurra le scendeva fino alle caviglie, stretta ai polsi e disseminata di spie: un accorgimento eccessivo per la ragazza; lei non voleva farsi del male, secondo lui l’idea non stava nemmeno nei suoi pensieri più fondi. Laya cercava la stabilità, e ciò non era certo una colpa meritevole di internamento. Che avesse visioni, un tempo sarebbe stata chiamata santa o veggente. Che fosse buona, troppa buona, meglio ci fossero mura e guardie per proteggerla dal mondo esterno, quello in cui lui era costretto a rinchiudersi ogni benedetta sera. Il suo profilo non era preoccupante, solo cronico e irreversibile, e il dottore ormai ci chiacchierava per piacere e curiosità, piuttosto che per ottenere un qualche miglioramento: del vivere il proprio tempo non era affatto un maestro, tanto meno un sacerdote che potesse guarire qualcun altro.

Si mise il capotto, scherzò di rito con i guardiani e uscì nella pungente aria di un autunno ritardatario. Fuori serpenti di luci rantolavano tra dimore di singole, controllabili follie, e prima di casa, moglie e figli, si diresse al pub di riscaldamento.

-Stasera che prendi?-

-Nichilista, qualcosa di totalmente nichilista…-

-Shhhh…con queste parole mi fai scappare i clienti…tieni.-

Trangugiò il bicchiere con un solo, appassionato sorso.

-Giornata dura?-

-Non più del solito…-

-Non deve essere facile…-

-Forse fin troppo…la gente è semplice lì dentro-

-Hanno meno regole e nessuna responsabilità…-

-In noi c’è tutta la responsabilità necessaria, la gente scoppia di quella…-

Nell’angolo karaoke indistinti uomini d’affari, ubriachi fradici, si esibivano a ruota biascicando successi di Pop Idol famosi il mattino e la sera dimenticati. I temi erano ributtanti, ed il quadretto di panciuti omuncoli con riporto che barcollando insudiciavano i propri colleghi dava un tocco perverso alle strofe.

-Alzare un po’ livello musicale no, eh Keruon?-

-Ma quelli non vogliono belle canzoni, Panto…vogliono essere chi canta questa merda…ragazzetti impomatati che hanno i loro quattro secondi di gloria e poi bruciano…vogliono illudersi di essere qualcun altro, non gliene frega niente di cantare…-

-Questa si chiama magia…come le magliette degli atleti…-

-Mi basta paghino, cavoli loro se preferiscono identità da mettere nel microonde invece di pensare alle proprie…-

-Vedi perché è facile? Da me tutti sono come sono, punto.-

Riccioli di luna cadono sul freddo acciaio della Casa. Laya osserva l’immutabile silenzio della notte, rotto solo dalle luci lontane della città; non vuole vederla, ha già cercato in quelle strade e non ha trovato niente, soprattutto nessuno: ogni giorno usciva nella desolazione d’asfalto ed erbaccia colorata, cercando pezzi di vero. Rincasava la notte, quel poco che trovava lo metteva dentro il suo cassetto. Non sognava. E al risveglio ricominciava. Attraversava mafie cinesi, identities che non sono identità, identità che non sono etiche, etiche che non sono umane. Abbandonata in un mondo alieno. Cercando un senso a questa solitudine, perché l’eco non può essere stato creato in un mondo di solitudine. Ora cerca lì, cerca dentro. A volte fa sogni talmente veri da decostruire la realtà. Renderla un mero artificio, un mero orpello rispetto alle meraviglie dell’onirico. Attimi accecanti. Attimi.

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Roberto Semprebene
Roberto Semprebene
Appassionato di Cinema e Videogiochi, ha fatto delle sue passioni il proprio lavoro. Ci tiene tantissimo a precisare di essere nato in un giorno palindromo, cosa che probabilmente affascina e stupisce solo lui!

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