SPECIAL Andrej Tarkovskij: “Nostalghia” di Gianluca Savini

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SPECIAL Andrej Tarkovskij: “Nostalghia” di Gianluca Savini

“NOSTALGHIA”

di Gianluca Savini

nostalghia

Il poeta russo Gorcakov (Oleg Jankovskij) si trova in Italia per ripercorrere le orme di un musicista del settecento suo conterraneo, esule e morto suicida, del quale sta scrivendo la biografia. Qui conoscerà Domenico (Erland Josephson), un pazzo reduce dalla chiusura dei manicomi. L’incontro di due individui, di due anime alienate, ciascuna a suo modo, dal mondo sarà foriero di intimistiche epifanie.

Una trama apparentemente spoglia per una storia quasi priva di accadimenti esterni, ma dove tutto accade a livello interiore. La nostalgia intesa non solo come doloroso sentimento di mancanza, ma come condizione esistenziale che spinge ad una più alta sensibilità, ad una ricerca interiore, ad una ricostituzione dentro di sé di ciò che era perso al di fuori.

Scritto a quattro mani con Tonino Guerra ed ambientato in luoghi suggestivi come Bagno Vignoni, la chiesa (allagata) di Santa Maria in San Vittorino e l’Abbazia di San Galgano, il film ha un incedere lento e quasi ipnotico, con lunghissimi piani sequenza e, complice l’ottima fotografia di Giuseppe Lanci, riesce a creare atmosfere sospese e rarefatte dallo spiccato carattere contemplativo.

Una pellicola dalla risonanza mistica intrisa di simbolismo spirituale di matrice ermetica (il cane, gli uccelli che volano fuori dal ventre della Vergine, ecc.). L’acqua è elemento onnipresente (pioggia, acquitrini, terme), brodo di coltura dell’esistenza materiale, portatrice tanto di vita quanto di putrefazione, sostanza mercuriale dello spirito individuale, chiave della sfera emotiva. Come in molte tradizioni religiose, il pazzo è visto come figura sacra, strumento del divino, ed è infatti per bocca di Domenico (magnificamente interpretato da Josephson) che vengono pronunciate piccole ma profonde verità sapienziali (“una goccia più una goccia fanno una goccia più grande, non due”, “bisogna avere delle idee più grandi… prima ero egoista, volevo salvare la mia famiglia… bisogna salvare tutti, il mondo”).

Memorabile la sequenza topica del film, nella quale Gorcakov deve attraversare la vasca di Bagno Vignoni (acqua) con una candela in mano (fuoco) tentando di proteggerla amorevolmente dal vento (aria). Un incredibile piano sequenza di ben 7,40 minuti dove lo spettatore rimane letteralmente avvinto da un gesto rituale che porta in sé tutta la forza di una sfida cosmica, di una battaglia sacra. Un piccolo miracolo filmico, forse una delle scene al contempo più lente ed emozionanti della storia del cinema, che probabilmente solo Tarkovskij avrebbe potuto realizzare (fatta magari eccezione per C. T. Dreyer, altro autore immenso che molto ha in comune con Tarkovskij).
Riguardo a questo il film, la critica ha spesso considerato il regista russo come criptico, autocompiaciuto ed estenuante, ma, per chi sa ascoltare la silenziosa voce di quest’opera, egli riesce ancora una volta, grazie alla sua straordinaria sensibilità, alla dolcezza dei movimenti di macchina e ad una sapiente lentezza catalizzante, a filmare l’invisibile, creando un’opera che è pura poesia, dove l’indagine sui sentimenti umani (la nostalgia, la separazione, l’alienazione) assurge a meditazione quasi metafisica.

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