Il Cantico di Pietra Requiem d’asfalto

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Il Cantico di Pietra Requiem d’asfalto

Il Cantico di Pietra Requiem d’asfalto

hokusai

“Mio” è un concetto che deve bastare, perché qui si aspettano conferme, si attende il momento in cui l’attesa sarà rotta. La città ha stampati sugli edifici di neoclassico, spruzzati di mitologia nordica sotto giapponese tintura, ascensori posti senza rispetto delle linee che ipotizziamo non OGM, e suggelliamo. Qui è aver paura di entrare in uno di essi, perché non si comprende in quale direzione osino migrare, quale pulsante possa apparire per incanto accanto a quelli immaginati: l’atroce tentazione di spingerlo, quel bottone. Per differenziarsi. Per cadere. Veio è il crocevia dei pesanti sogni, quando si implora una vita più semplice, illudendosi che una semplice vita possa esistere. Veio è dove ci si sente corrosi, giorno dopo giorno, e non si instaura un dialogo che si possa controllare, che non chiami al proprio cospetto il tuo cuore; e il tuo cuore si allarga a coprire universi puri che sai di avere, finché arrivi a non sperarci, a imputridirti con una droga qualsiasi. Alcuno è da biasimare, in fondo. E se qualcuno deve vincere, quel qualcuno conta solo sia tu.

Veio è vincere, e non provare gioia. Veio è una continua resa di conti che rinviano all’istante, all’ego successivi. Veio è accorgersi del funzionamento, ma intestardirsi a non ammettere la verità fino in fondo. Veio è quando tra partire e tornare solo cinque lettere manifestano alterità, non minor coesione, non maggior punto.

Esco alle prime spine del giorno, il sole che mi bacia in rapide stoccate d’energia, una mistura nazional popolare che sento di poter dirigere con una semplice, giusta espressione. Ma per questo devo dimagrire i chili giusti, e lo farò, e avere quella tarata sicurezza, e la scoverò. I bambini giocano ipotizzando, i grandi vaneggiano ricordando, sommessi piangendo l’infinito raccontato, il desio rinviato. Un cucciolo si arrampica su un tronco annerito dai postumi d’un rogo, alla ricerca del gruppo avversario: non gli manca il giudizio, neppure l’ardimento, solo ci vogliono verbi più larghi per la sua più larga fronte; non è questione di messaggi e finalità, ma di giuste modalità; non di rinvii, bensì di saper trovare il rintocco giusto perché si cresca meglio, e meglio si passi il mandato ad allargare la nostra felicità, che mai fu cosa solitaria.

Ion gli sorride, sorride a tutti questi soldati ed esploratori e ladri e guaritori e maghi e sciamani e spadaccini e samurai e dame e musici e alchimisti e creatori e ammaestratori e draghi e statue e ombre, lanciati ad avere una risposta, un sorriso capace unicamente di pensare all’implosione di domande che fluirà con la calma d’un serpente di cemento nelle loro viscere stuccate di speranza. La speranza, l’accettare la contingenza, il non crearsi il proprio paradiso, l’andare oltre l’energia implacabile della nostalgia. Essere gioiosi. Essere incontentabili.

Passiamo metà del nostro soggiorno a redimerci da quello che gli avi ci hanno lasciato. Il resto è rovinare la discendenza, eppure quella voglia di dare ulteriore fiducia, di mettere sul baratro tra perdizione e onnipotenza ulteriori menti, che proseguiranno, spesso capovolgendola, la smorfia di essenza, oltre gioia e dolore, che chiunque serba. Un misto tra egocentrismo, romanticismo, dettami della specie. Non per forza in quest’ordine.

Poi accade, una magia pare per il rifiuto di gradazioni.

La luce sorge, chinandosi all’uomo, uomo capace solo di chinarsi di rimando.

Basta soffrire, l’alba non ha lo stesso colore del sangue.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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