Il Cantico di Pietra Asfalto IV

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Il Cantico di Pietra Asfalto IV

Il Cantico di Pietra Asfalto IV

asfalto 4

Una bambina canta che cantare non basta.

Mi siedo.

Un gruppo a tinta unita tranne fresche strisce sotto ciuffi sedotti con voci a giusta distanza dal terreno intrattiene il rintocco: suono inglese, grintoso, dal petto. E qualche volta si può anche vincere. Pensi, aiutato dal drink e dall’assenza di melodie sincopate elettriche che invece potrebbero ricordarti concretamente in che cazzo di mondo ti trovi.

Perché non ero io; perché non riesco a mantenere un’ombra fissa sul selciato, e mi chiudo in plateali, sconsiderate attese. Come se tutto potesse mutare, avessi il coraggio di fregarmene delle regole e fuoriuscissi con tutta la mia maledetta strafottenza. Non essere soggetto al giudizio accade quando gli sei superiore, uno stato mentale in flessibile sistema di priorità. Corrode la staticità senza giustificazione, mi corrode da sempre, e venga questa notte di sensi, naturali e fini a se stessi: non cambierà, ma almeno una parte di me sarà utilizzata. Al meglio.

Quando un colpo che ti sei meritato non lascia segno, una minima cicatrice o ematomi portatori d’un po’ di vissuto, questo rompe. Ti rompe la mattina presto, nel riflesso che prende solo uno spicchio del tuo volto, occhi guardinghi mentre il resto scende.

E non c’è autenticità, o una sola realtà. Veio è tutto, Veio è niente. Lingue d’emozioni la spartiscono in strati esaltati di fumo. E basta un filo di diverso per imbastire un’insurrezione al guinzaglio, una paresi di speranza. Dove vige necessità di me, ecco dove non sono. Basterebbe una buona nascita, o una forza a sola direzione. Noi siamo i mille, mille in ognuno, mille sconfitte e lugubri i cantici che intoniamo per ravvivare la sala che Veio è, composta da vecchi a cui la televisione tolse la solitudine, da giovani digitali a cui l’interazione riporta il tormento del mutismo insito nel potenziale.

Cercando per strada una risposta che non ci tolga questa splendida disperazione, ciò che rimane.

Diverse cose combattono contro l’arte:

-le giornate di sole

-la felicità (ma essendo poca la teniamo in conto scarso)

-la fede

-l’amore in molte sue forme

-troppa arte

-troppi che d’arte giudicano

-troppo vento

-un ego di bocca buona

-un ego di bocca sana

-la perfezione

Eppure ognuno di noi rapisce solo precisi spettri da chi o cosa incontra: un alone, il colore o semplicemente un resoconto, il profumo. Così dovremmo differenziarci, dal croma del nostro cogliere. E magari non comunicheremo meglio, ma rideremo di toni più simili. E impareremmo ad accettare, non aver ansia di concordare. Lasciare che sia.

Questo è il futuro.

Non abbiamo toccato stelle. Non siamo giunti a urticanti colori. Nessuna musa ispira i nostri ritmi. Siamo noi. Noi solo.

Questo è il passato.

Ricordiamo tutto su una pagina stropicciata, piatta calcando menti arate di viziato.

Questo è il presente.

L’esodo arriva alla patria svuotata, estri troppo acuti per scavare radici più fonde; per la natura perdere qualche battaglia rientra nei conti: l’esito finale è scontato, al suo fogliame azzurro d’occhi.

Questa è l’era dominata da noie colpevoli, dal vago sapore della frustrazione d’aver perso l’ennesima guerra civile, l’ennesima prova che l’umanità non sa ancora emanciparsi, distinguersi.

Questo è un anno, un giorno a caso. Le cadenze sono ilari e vorticanti, tanto da essere lente, spalmare il tempo sul deserto che ora è ogni minuscolo campo che a fatica ariamo; idee noi coltiviamo: miscugli di frammenti che copulano con una frigida lussuria.

Questa è Veio, immensa, ma la mia mente regge solo un’inquadratura, non di più entra.

L’inquadratura è fredda, satura per chi ha bisogno d’uno scontro per infatuarsi robusto, dilatata a coloro per cui il valido grida e l’intera vita rimane una gara di sillabe squarciate. Puoi chiedere naturalezza, la naturalezza funziona su tutto ed è tenuta di buon conto, inflazionata in spiragli di filosofie, passioni, modi d’essere: ma non hai tempo per la naturalezza tu, tu vuoi, tu non attendi, tu ti inietti controllo al riparo d’acide sacche di certezza. Il tuo sguardo è intagliato per limitare il mondo, non per indagarlo né per ascoltare. E’ così triste vivere mimandoti, la tua postura da riflettore mai pago, il tuo sorriso insonne per arrivare sempre ultimo, i brusii macigni sul corpo che ti sei ritrovata; così spento che tu abbia perso la meraviglia per il trono che credi di comandare. Sfiori solo gli sbagli mia cara, non infatuarti della finta potenza da macellaio che ostenti, pallida manifestazione di saccenza. Quante splendide sconfitte ti sei lasciata dietro, quanto alta e piena di cicatrici potresti essere adesso…i lineamenti veri come maschera, il tuo futuro così incanalato, i guanti di sfida che lanci al più piccolo filo d’erba, ciò è quella che chiami forza. Il più grande è colui che non ha bisogno di mostrarlo istante dopo istante, e forse di vera grandezza tu non volevi saperne, non desideravi giocare sul serio: ti basterà un insulto, uno schiaffo e un tradimento per sentirti dominata; perché la bontà è adrenalina, e graffia d’artigli portentosi i demoni che tu, con le rinunce e i piagnistei e le fughe chiedendo la mia attenzione, porterai in perpetue gravidanze. Sei zavorra, sei anonimato, non mostri abbastanza scusanti: se non c’è un messia, il messia divienilo tu, gravato d’un assordante passo primo. Il fato è la patria dei perdenti. La maturità la resa. Non adesso.

Oggi è ancora mio.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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