Il Cantico di Pietra Asfalto 3

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Il Cantico di Pietra Asfalto 3

Il Cantico di Pietra Asfalto 3

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Veio è vicina, una tartaruga che ha smesso di temere gli anni e i decenni. Decorazioni a bande l’attraversano come un esperimento futurista gonfiato di steroidi. Le porte sono arrugginite, ma lo smalto originale rifulge così testardamente da far dimenticare la miseria. Si aprono al mio passaggio ed entro, un gioco di prestigio fa stagliare una città che la cinta non può contenere, almeno secondo i miei codici. Gli affari proseguono, chiunque ha fin troppo da fare e bisogna concentrarsi ininterrottamente per dilatare e contrarre i polmoni, alternare i calzari, tenere su i lineamenti.

Meteore cadono soffici come petali, e prati di spade cadute rovinosamente ingoiano piccole felicità che gattonano esitanti. Non ha senso. Tragico, infinito e dalla forma, in superficie, chiusa. O tra le nuvole o a scavar buche.

Qui è dove si è mancati, e l’aria è deserto sebbene risme di fiori pressino i viali per deturpare i soli. Qui è stucchevole. Qui è quando l’estro, l’ultima risorsa dei delusi, stramazza. Lo chiameremo porto ai confini del niente, navi intagliate disegnate scolpite fin nei mausolei più illustri, anche se, qui, ricordi, non memoria: certi monumenti non sono che ingombranti, stordiscono d’una sterile meraviglia indifferente al futuro, indifferente al proseguo. E’ emergenza, l’allarme suona a morto e bombe cadono, frammenti si insinuano nella carne e no, noi preghiamo non si sa bene mai chi per che cosa. Magari Dio risponde al ticchettio dei secondi, il punto è che quesito gli poniamo? Quale tra i miliardi? Ed è una comunicazione diacronica, mai sincrona. All’opposto saremo noi stessi Dio, e dio stesso Noi. E nessuno ci guadagnerebbe qualcosa.

Comete sospese sul soffio dello schianto, la cui coda si decompone in miasmi arancio e melensi, illuminano in vece di lampioni l’intero stradario, visibile dalla rupe da cui sono. Giri di morte spalmano l’aria che deve essere, l’opera che deve compiersi. Si avverte un vuoto di perfezione minimalista, come se stemmi racchiudessero mondi, mondi un’intera persona. Eppure solo una giungla di loghi, loghi che spezzati esploderebbero in un universo non più sostenibile. Non più. Si chiama sovra. Sovra. E la sua bava di germogli e boccioli cola dai pori scavati nel cielo. Stridii sulla tonaca turchino, urla di torture metodiche, beffe che la i pochi pensieri impavidi ci lanciano nella moria del controllo.

Una locanda, cascata rovinosamente all’angolo, stende le sue mani a me. Davanti buttafuori perfettamente areati aspettano che il figuro giunga a sussurar loro diversità per lasciarmi passare; l’atrio sa di grigio spento, un giorno talmente malfermo da importi d’uscire e cambiarlo con sdegnoso e sdegnato sguardo; ma è concepito apposta, fa abbassare le armi per lo spettacolo che scroscia appena avanzi: tavoli e tavoli di grezza fattura, ognuno con un muro mobile che vortica senza schema o costante fretta; sopra pitture rupestri che gocciolano dai commensali, ubriachi, avventurieri e osservatori. Chiunque qui ha la sua espressione, la propria lente per la propria creatività, cosicché niente vada perduto, alcuna umana residuale umanità.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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