Il lato positivo di David O. Russell

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Il lato positivo di David O. Russell

Tutti pazzi per amore nel film di Russell

il-lato-positivo15Dramma e commedia, lacrime e sorrisi, si mescolano senza soluzione di continuità in quella che è a tutti gli effetti una delle pellicole più intense, delicate e toccanti del 2012, approdata sugli schermi nostrani lo scorso 7 marzo a distanza di qualche mese dall’uscita a stelle e strisce (anticipata dalla presentazione alla passata edizione del Toronto Film Festival dove si è aggiudicata il Premio del pubblico) e da una manciata di settimane dalla statuetta conquistata con tanto di imbarazzante scivolata dalla sua attrice protagonista (che poco tempo prima per lo stesso ruolo si era già portata a casa il Golden Globe) sulle otto candidature complessive raccolte all’86esima notte degli Oscar. Per chi non lo avesse ancora capito stiamo parlando de Il lato positivo e di Jennifer Lawrence, autentica punta di diamante di un cast in stato di grazia che ha permesso alla trasposizione cinematografica firmata da David O. Russell  del bestseller di Matthew Quick (Silver Linings Playbook) di colpire diritto al cuore migliaia di spettatori a tutte le latitudini. Ci parla di Pat, un uomo che esce dall’ospedale psichiatrico e torna a vivere dai genitori. Ossessionato dalla fine del suo matrimonio, per riconquistare l’ex moglie si fa convincere da una giovane vedova  di nome Tiffany, a partecipare a una gara di ballo.

Il regista dell’apprezzato The Fighter sfrutta al meglio il fattore recitativo a disposizione, affidando le potenzialità narrative e drammaturgiche del testo desunto a un gruppo di interpreti guidato dalla giovane attrice statunitense e dalla coppia Cooper-De Niro, che a sua volta riesce a tirare fuori l’intero patrimonio empatico, catartico e soprattutto emozionale dai personaggi. Del resto, non è una novità per uno come Russell, capace come pochi altri colleghi di trasferire sullo schermo una perfetta alchimia tra regia e direzione degli attori, basti pensare ad Amori & disastri, I Heart Huckabees e Three Kings, alla quale va aggiunta con The Fighter anche una solidità e un’efficacia della scrittura che in precedenza aveva mostrato invece qualche segno di cedimento. Il lato positivo costruisce la propria architettura su questi elementi, il cui incontro come ci insegna un secolo e passa di storia del cinema non è stato, non lo è oggi e non lo sarà mai, facile quanto scontato. Qui è l’armonia delle cose, l’equilibrio e la sobrietà nell’approccio alla “materia” trattata, la contaminazione reciproca dei toni e dei registri, la semplicità del plot, l’attenzione ai dettagli, l’ottimo disegno dei personaggi, la spontaneità dei dialoghi, lo stile asciutto e funzionale dietro la macchina da presa, a fare in modo che il tutto trovi il giusto posto come in un puzzle. Di conseguenza, il risultato si vede e lo si sente.

Ne viene fuori un valzer di esistenze che prima del grande e appassionato epilogo danzante scivola e volteggia con grazia tra il dramma familiare e la commedia tinta di rosa e rosso. Il film, così come la matrice letteraria dalla quale prende vita, si fa portavoce di una storia d’amore a più livelli che coinvolge persone autentiche e vere che vogliono amare e sentirsi amate. Quella del regista americano è un’opera che esplora a fondo l’universalità di un sentimento che nasce a sua volta da una costellazione di emozioni con la quale è più facile scontrarsi che incontrarsi, dando libero spazio allo stereotipo, al banale e all’insipida melassa che ha e continua a caratterizzare gran parte del suddetto filone. Russell sfugge abilmente alle tentazioni che certe storie di amore e follia come questa possono nascondere nel dna drammaturgico. Il grande merito sta proprio nelle averle sapute individuare e rigettare, lasciando terreno fertile a un corpus di passione e passioni controllate e incontrollabili che ardono e si spengono in continuazione.

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