Hitchcock – Psycho!?? o storia d’amore!

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Hitchcock – Psycho!?? o storia d’amore!

In poche settimane, tra la fine di novembre del 1959 e l’inizio di febbraio del 1960, il regista inglese Alfred Hitchcock girò il suo capolavoro Psycho ai Revue Studios, la divisione televisiva della Universal che la Paramount aveva affittato per lui. Il tutto venne fatto nella massima segretezza e il ciak riportava il titolo di Wimpy (imbranato), ottimo per mettere fuori pista i giornalisti e scoraggiare la lettura dell’omonimo romanzo dal quale il film era tratto e che avrebbe potuto ai lettori-spettatori svelare l’effetto sorpresa della pellicola.

Per i “profani“, se così possiamo definirli, si tratta di  un film tendenzialmente romantico, il cui centro è regolato dalla relazione tra il grande regista e la moglie Alma (Helen Mirren). Eccolo il vero protagonista, l’indiscusso termometro di questa pellicola.

È esattamente il rapporto tra i due a dettare i tempi, influenzando i ritmi non solo della produzione di Psycho che viene fittiziamente descritta, ma anche quelli del film al quale assistiamo noi come spettatori.

Hitchcock ci parla di una coppia in crisi, paventando l’ipotesi che all’epoca si fosse a un passo dal perdere definitivamente uno degli autori più amati e che più ha influenzato il medium cinematografico. Tali promettenti premesse si scontrano però con una progressione spesso divertente, tuttavia asettica.

D’altro canto la definizione di biopic tende ad essere fuorviante, se si pensa al risibile lasso di tempo preso in esame.

Hitchcock realizzava i suoi film in maniera metodica, il meccanismo era perfetto e tutto rivolto verso il pubblico.

Scelse un’attrice rinomata come Janet Leigh e la fece morire a metà del film. Nessuno spettatore avrebbe mai potuto immaginarlo.

Non mostrò mai il volto di quella che il pubblico credeva la madre di Norman, ma scelse di cambiare inquadrature nelle scene dei due omicidi (nella prima è ripresa da dietro, nella seconda dall’alto) per non insospettirlo. Durante le riprese sparse la voce che  stava cercando un attrice per quel ruolo, ottenendo così ancora più confusione al riguardo. Ma soprattutto non permise ad alcuno spettatore di entrare in sala a film già iniziato o prima della fine. Psycho andava visto interamente per essere fruito in maniera corretta: si girò persino un documentario promozionale per servire lo scopo.

Alle spalle del film c’è uno di quei libri americani puntigliosissimi e pieni di fatti, L’incredibile storia di Psycho di Stephen Rebello, che Il Castoro rimanda in libreria con una nuova prefazione dell’autore. Rebello è un fan maniacale, e basandosi su decine di interviste a collaboratori racconta la genesi del film. Fin dalle sue radici in un fatto di cronaca accaduto qualche anno prima nel Wisconsin, quando in casa del cupo e riservato Ed Gein vengono trovate parti di numerosi corpi femminili, rivelando uno dei più efferati serial killer d’America. Subito dopo, lo scrittore Robert Bloch ne trae un romanzo, buttandola sul freudiano e immaginando che il maniaco si travestisse coi panni della madre morta. Hitchcock compra i diritti del libro di Bloch. Ma la storia, per i canoni hollywoodiani, non è semplice da mettere in scena. Dalla stesura delle sceneggiature alle riprese, dal montaggio all’uscita, incontriamo lungo il racconto di Rebello personaggi noti e meno noti: lo sceneggiatore Joseph Stefano, che dopo Psycho non farà granché; la collaboratrice alle sceneggiature Joan Harrison, moglie di un grande scrittore di spy-stories, Eric Ambler; il musicista Bernard Herrmann, che compose una colonna sonora “in bianco e nero”, solo per archi; il grafico Saul Bass, mago dei titoli di testa, che darà un apporto fondamentale alla scena difficilissima dell’omicidio del detective Arbogast in cima alle scale. E ovviamente al famoso assassinio sotto la doccia.

Aneddoti e retroscena vengono dati in pasto allo spettatore che se ne nutre quasi con avidità.

Com’è stata girata la scena della doccia? E chi effettivamente sferrava i fendenti più famosi  della storia del cinema? Le risposte ci sono e Gervasi punta, forse un po’ troppo furbescamente,  sul desiderio dello spettatore di vedere quello che in un film non si vede.

Un film equilibrato, forse troppo lineare e poco incisivo. un opera che regala solo l’emozione di “conoscere” il maestro del brivido nella sua vita privata, il suo essere apatico e geloso, scontroso e terribilmente egocentrico.

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Valentino Cuzzeri
Valentino Cuzzeri
Appassionato delle potenzialità dei nuovi media e la loro scientifica misurabilità, intraprende una carriera accademica incentrata sul Digital World. Fermamente convinto che il web rappresenti la nuova frontiera nell’ambito della comunicazione e dei Brand, inizia la propria esperienza lavorativa collaborando come consulente con alcune delle più grandi agenzie di comunicazione e marketing non convenzionale.

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