Il Cantico di Pietra – Asfalto 2

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Il Cantico di Pietra – Asfalto 2

Il Cantico di Pietra – Asfalto 2

asfalto

E così credi che io non possa fare nulla.

Che io sia un contatto, perso in un’imbarazzante e rapsodica espressione del sè.

Mentre i liquami della società ti solleticano l’orecchio, durante feste cadenzate con l’armonia diffusa di un’imbrazzante vitalità in cui anche tu stai affogando.

Ma il mio piede batte il terreno, fregandosene dei vicini. E la tua carne pesa, i muscoli sono per staccare pezzi del passato. Sacrificarli in nome del futuro.

Ipotizzi che creo problemi, ma non hai ancora visto nulla.

E tremerai, quando la comprensione sarà lampante nel cielo venturo, la cui alba già calpesta con i suoi piedi, nervosi e candidi.

Rido, sentendo i tuoi denti sorridere.

Te li staccherò, uno a uno.

E quando mi chiederai di fermarmi, quando mi supplicherai perché non sono come te.

Io non dirò nulla. Potrò ammiccare, nell’ipotetico periodo.

Ma vedi, io sono solo un tramite. Massima umiltà, per la mannaia.

Se non sono un problema, rilassati.

Non mi sentirai neppure arrivare. Vivrai in pienezza ogni momento che ti rimane.

Ma il dolore, il dolore te lo darò tutto.

Siamo sempre amici, io e te.

Per la pelle.

 

Piangendo una terra sconosciuta, allineando i passi uno dietro l’altro, uno sopra l’altro. Da sagrestie di acacie s’intonano canti che il crepuscolo intrappola in ragnatele argentee: parlano di te, parlano di me, quando l’uno cercò l’altro nel gioco di specchi e note alte, schiacciate sincrone alla pioggia delle nostre attese. A lungo abbiamo solcato il giardino dei sogni appassiti, a lungo lo solcheremo, finché le nostre mani scheletriche si incontreranno in un sussulto, e le nostre orbite vuote chiederanno il paradiso che non abbiamo concesso loro, né a noi…e nessun dipinto, impiegassi i giorni e le maschere che ci hanno insegnato, le ingannerà. E il nostro sarà un eterno di rimpianti, e la tua assenza cullerà quello che resta del sogno, prima dell’ultima alba. Ma continuo, io continuo, perché ho fiducia, una folle fiducia, che l’aria sia ancora creta, e la mia anima d’un solo, splendido colore…capace di non pensare, non rovinare, sul ciglio d’un sorriso.


Qui è vuoto. Non ovunque, un’infarinatura di rivolti e ripetizioni permea qualche angolo, ma il vuoto è la verità prevalente, un malessere trasversale capace d’inseguirti qualsiasi rifugio tu scelga. E il vomito non sale. Te ne stai fermo, scosso da vertigini, un pallore d’anima che devi risolvere da te, come la morte si risolve.

Il tramonto, appena dietro l’ennesimo, è macchia di rossetto sul volto del mondo. Amore tradito. Attorno chiostri capovolti di monaci con in mano resti dei propri orizzonti.

-Non c’è nessuno. Nessuno può sostenermi.-

Pazienza e Ricordo lo fissano: -sei già trapassato, cosa mai potrebbe intimorirti?-

-Una morte immortale…guardate…-

Nubi dorate, maestose e solenni, stridono tra loro in interminabili rapsodie monosillabiche. Un emaciato, inimmaginabile mantra si percuote, mosso e reso immobile dalla sua infinitezza

-Questa è la melma…-

-E dietro gli astri…-

-No…no…guardate meglio…-

Una cornice corrosa lampeggia, brodo limaccioso che serra i soffici ruderi.

-Appena oltre queste nuvole v’è un solo colore. Ed è profondamente sbagliato.-

-Ma il progresso fu dipinto su cieli d’uomo…-

-Mancano le tinte. Manca l’idea. Manca la forza del braccio.-

-La finzione. Noi abbiamo una finzione.-

-Dovrei mentirmi narrando me stesso come archetipo d’un messaggio universale?-

-Dovresti solo essere pericoloso…essere pericoloso…-

Ma il piede rimane steso con lo spirito, schiacciati dal brivido dell’onnipotenza e orfani d’un vocabolario per effonderla.

-Perché ho iniziato?-

-L’inizio del tuo capolavoro è tutto; l’inizio è l’intenzione che chiamano cuore, arroganza, amor proprio.-

-E che brezza arriverà a sorreggere?

-Compi ogni tuo passo ricordandoti chi sei, Ion…il sé è motore, assorbine la forza e non perderti nei suoi meccanismi…saresti un leone che di fronte a una gazzella prende a torturarsi i muscoli…poche criniere muoiono di fame, tanti uomini si spengono d’angoscia…-

Sul confine violaceo dei due regni si calca una cittadella. Forti mura a testuggine la circondano fino al collo d’alte torri, solitari segni d’aspirazione.

-Veio…l’unica città nel raggio di contee…l’unico portale da cui tornare alla vita, se è questo ciò che vuoi…-

-Passeremo lì la notte.-

-Finché ella non finirà…-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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