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Gli Hurts Tornano con “Exile” e un Concerto a Milano il 25 Marzo.

HURTSBASSA

Abbiamo conosciuto il duo britannico 3 anni fa con l’uscita di “Happiness”, loro album d’esordio entrato al numero 4 delle classifiche inglesi con oltre 25.000 dischi venduti. Ci siamo innamorati del loro sound anni ’80 pulito ed elegante, capace di mettere d’accordo tutti i tipi d’orecchio. Abbiamo assistito all’esplosione del loro successo in Europa, con il sold out di molte date del tour e riconoscimenti in varie nazioni. E’ stato amore al primo sguardo. E come tutti gli amori folli nati da un colpo di fulmine, si affievolisce e svanisce se non viene coltivato con le giuste attenzioni. “Exile” rappresenta tutto ciò che non ci si sarebbe aspettato dagli Hurts, soprattutto dopo tre anni di silenzio. Un album approssimativo, che abbraccia male troppi generi senza creare scorrevolezza d’ascolto, talmente poco incisivo da diventare  banale.  L’intraprendenza che li contraddistingueva   sembra essere svanita. In “Exile” le sperimentazioni ed i riff accattivanti lasciano spazio ad un pop più stucchevole e banale, “radio-friendly”.

Dalla prima canzone in poi è impossibile non associarli a uno strano mix tra Muse e Depeche Mode troppo forzato, passando per discutibili sperimentazioni   pop in “Blind” ( e con pop intendo quello anni 90 degno dei Take That, che con la voce di  Theo David Hutchcraft centra ben poco) e ballad gotiche troppo cariche. “Sandman” (terza traccia dell’album) esprime  alla perfezione la deriva del processo creativo del gruppo: una base r’n b che ricorda Timbaland e Rihanna associata a un testo senza pretese e a un coro di voci biache. “Miracle”, primo singolo estratto,  ripercorre il sound dei Coldplay e l’intensità dei Muse con riferimenti palesemente anni 80 alla Duran Duran, lasciando l’ascoltatore perplesso e con una sola domanda in testa: ma perché??? I testi melensi e la poca originalità delle altre canzoni non aiutano a far decollare l’album. E’ tutto qui? No. “The Road” “Crown” e “Somebody to Die For” rimangono in testa, sono ben strutturate e profonde, ma si perdono nel turbinio nonsense di tutto il lavoro. Saranno state le pressioni dovute al successo di “Happiness” o la perdità d’ ispirazione, ma gli Hurts non sono stati all’ altezza delle aspettative  e la paura  è quella di trovarci di fronte all’ennesimo gruppo brit che nasce e muore nel giro di un album.

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