Lincoln – Steven Spielberg

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Lincoln – Steven Spielberg

Spielberg e lo Spettacolo del Fuoricampo

daniel-day-lewis-lincoln-spielbergBisognerà un giorno sedersi a riflettere seriamente sul cinema di Steven Spielberg. Nonostante la fama internazionale e la grandissima popolarità di buona metà della sua filmografia, il regista di E.T. resta un oggetto ambiguo, poco studiato, facile bersaglio dei puristi della vecchia politique des auteurs.

Eppure è uno dei cineasti che più continua a mettersi in gioco, a sperimentare, a confrontarsi con progetti assolutamente eterogenei tra loro e continuando a ottenere risultati spesso entusiasmanti.

Da questo punto di vista Lincoln è, se non il migliore, sicuramente il più affascinante e coraggioso tra i suoi film più recenti.

Grazie al fondamentale apporto dello sceneggiatore Tony Kushner, Spielberg racconta il difficile percorso intrapreso dal presidente Abraham Lincoln per far approvare il XIII emendamento, con il quale intendeva far abolire la schiavitù negli Stati Uniti d’America. La scelta di Spielberg, un’intuizione genialmente cinematografica, è quella di concentrarsi esclusivamente sulla serie interminabile di riunioni, compromessi, decisioni, astuzie con le quali il Partito Repubblicano riuscì a far passare l’emendamento. Tutto in apparenza anti-spettacolare (e anti-spielberghiano), ma è proprio qui che il regista si mostra capace di trovare un linguaggio nuovo, un nuovo modo di raccontare la politica al cinema: tutta la sua potenza visiva e plastica è infatti qui assolutamente asservita al ruolo dominante della Parola. Lincoln è un film costruito interamente sui dialoghi, sulle performance dell’intero cast (oltre al decisivo Daniel Day-Lewis, è doveroso citare almeno Sally Field e Tommy Lee Jones), una sorta di fuori campo rispetto a ciò cui ci ha abituato il cinema narrativo americano. Steven Spielberg apre il suo film con un violento scontro tra Nordisti e Sudisti (quasi una ripresa di Salvate Il Soldato Ryan) ma è un incipit presto dimenticato: da lì in poi tutta la sua attenzione sarà per il dietro le quinte degli intrecci politici, per un “altro” film rispetto a quello che potevamo aspettarci (e che molti volevano aspettarsi da Spielberg).

Non è paradossale se proprio un film tutto incentrato sul dialogo, colpisca per l’intelligenza delle sue scelte formali: poche altre volte la luce di Janusz Kaminski era sembrata così intensa e l’accortezza di Spielberg nell’utilizzo del formato 2.35:1 così evidente, tanto che Lincoln potrebbe diventare, negli anni, un piccolo manuale su come girare decine di dialoghi senza risultare mai scolastico o scontato.

Ma il vero centro teorico del film è rappresentato dall’utilizzo del fuori campo: figura da sempre frequentata dal regista (Lo Squalo, Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo) diviene qui protagonista assoluto. Tutte le manovre politiche che hanno per protagonista Lincoln sono un fuori campo rispetto alle vicende belliche sui campi di battaglia, vicende suggerite ed evocate dalla bellissima sequenza in cui il figlio del Presidente segue due uomini trasportare un carretto dal quale cola del sangue, fino alla scoperta del contenuto del carro, arti mozzati lasciati cadere in una fossa comune: fortissima rappresentazione del “fuori campo” della brutale realtà bellica.

Questa ambiguità della figura del fuori campo (il film racconta il non mostrato, il fuori campo rispetto a un film più convenzionale, che qui è a sua volta fuori campo dello stesso Lincoln) trova un altro notevole utilizzo nella sequenza dell’omicidio del Presidente: siamo a teatro, immaginiamo di assistere come spettatori alla morte di Lincoln, quando improvvisamente lo spettacolo si interrompe e viene annunciata l’attentato a morte, avvenuto in un altro teatro, in un altro spazio, in un ennesimo fuori campo.

L’effetto è spiazzante, puro genio filmico, e ha il merito non secondario, data la tipologia di film, di evitare l’enfasi da scena madre che la messa in scena di una simile sequenza comportava.

Lincoln è un film sorprendente che riesce a trasformare in un sontuoso spettacolo tutto ciò che il cinema canonizzato come “spettacolare” ha sempre lasciato volutamente fuori.

Il ventinovesimo film di Steven Spielberg ci sembra un’opera decisiva, in grado di aprire nuovi orizzonti al cinema del regista, capace, ancora una volta, di ripensarsi e reinventarsi come solo i più grandi sanno fare.

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