Re della terra selvaggia – Benh Zeitlin

Lincoln – Steven Spielberg
3 Marzo 2013
Amour – Michael Haneke
3 Marzo 2013

Re della terra selvaggia – Benh Zeitlin

Mondo Sommerso: una Favola Intensa e Toccante nell’Orrore di un’Immane Tragedia Diretta da Zeitlin.

re_della_terra_selvaggia_Quvenzhane_769_Wallis-60394518È stata senza alcun dubbio una delle piacevoli sorprese cinematografiche della passata annata e, a partire dallo scorso 7 febbraio, anche le platee nostrane potranno verificare di persona se i consensi unanimi da parte del pubblico e degli addetti al lavori raccolti nel resto del mondo erano fondati oppure no. Per quanto possa essere sinonimo di qualità, chi scrive conferma l’assoluta veridicità di quelle che se non giudicate con i propri occhi restano solo voci di corridoio. La storia ci ha insegnato che per un film, qualsiasi esso sia e a maggior ragione se a dirigerlo o a interpretarlo ci sono nomi di un certo calibro, l’eco positivo di critiche entusiaste e favorevoli possono sì stuzzicare gli appetiti dello spettatore, alimentando la curiosità, ma allo stesso tempo elevare al quadrato l’attesa nei suoi confronti che non è detto che venga poi rispettata dalla visione. Quest’ultima ipotesi non riguarda il film che ci apprestiamo ad analizzare, la cui visione ha permesso in via definitiva di sottoscrivere al 100%  quanto di buono si era già ampiamente spesso sul suo conto e che,  a questo punto, anche per noi non sono più solo voci di corridoio. Tra quelle circolate nell’ultimo periodo, diffuse a macchia d’olio sull’onda del passaparola e di una rassegna stampa piuttosto corposa, si parlava del fatto che la suddetta pellicola era stata tra le tante cose anche capace di far scivolare una lacrima sulla guancia di Obama e sobbalzare dalla poltrona uno come Kusturica. Il tutto dopo aver letteralmente fatto incetta di premi nel circuito festivaliero internazionale, a cominciare da quelli ottenuti a Sundance e a Cannes.

Per coloro che non lo avessero ancora capito stiamo parlando di Re della terra selvaggia, il bellissimo ed emozionante film indie firmato da Benh Zeitlin, nelle sale italiane grazie allo sforzo congiunto di Satine Film e Bolero, che spiazzando qualsiasi tipo di pronostico ha strappato ben quattro nomination all’85esima edizione degli Oscar, tra cui quelle per il miglior regista e la migliore attrice protagonista. E non è un caso che sia proprio il perfetto sodalizio tra regia e recitazione il valore aggiunto che ha permesso all’operazione di portare a casa anche una candidatura come miglior film, diventando di fatto la mina vagante e l’outsider nella lista dei dieci titoli selezionati che concorreranno all’ambita statuetta. Non ci resta che aspettare la cerimonia del 24 febbraio; intanto possiamo finalmente goderci il magnifico spettacolo offerto sullo schermo da Zeitlin e dalla piccola Quvenzhanè Wallis, rispettivamente da dietro e davanti la macchina da presa. Entrambi regalano alla platea due performance da brivido: da una parte il cineasta americano che firma una regia fatta di immagini di rara e selvaggia bellezza che annaffiano le pupille di colori e poesia cinetica, dall’altra un autentico fenomeno della natura che scalda il cuore con un’interpretazione intensa e toccante che a soli cinque anni le è valsa una meritatissima nomination, catapultandola nella storia degli Academy Awards come la più giovane ad accaparrarsela.

L’opera prima di Zeitlin appartiene a quella breve lista di titoli che, ieri come oggi, hanno saputo calamitare a sé lo spettatore dal primo all’ultimo fotogramma utile, grazie alla sua forte presa empatica e a una capacità magnetica che prevarica lo schermo. È tra quelle pochissime pellicole in grado di dispensare sorrisi, far inumidire gli occhi e mandare in mille pezzi il cuore, perché sa come raggiungere e sfiorare con uno schiaffo e una carezza le sue corde attraverso quella naturalezza e semplicità che oggigiorno sono “merce” sempre più rara. Con Re della terra selvaggia, Zeitlin porta sul grande schermo una favola che fagocita orrore, morte, dramma, paura, dolore e disperazione, per poi restituire speranza e voglia di vivere. Ha la forza di un grande romanzo di formazione che rievoca le atmosfere e le tematiche di Mark Twain e dell’Alice di Lewis Carroll, con la stessa potenza espressiva che ha animato ad esempio l’Oliver Twist di Polanski o L’impero del sole di Spielberg. Il film è la storia di Hushpuppy, una bambina di cinque anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sarà più lui a proteggerla. Inoltre il Bathtub è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e di mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo.

Sullo sfondo di una tragedia che riporta la mente ai devastanti effetti provocati dall’uragano Katrina, abbattutosi nelle prime ore del pomeriggio italiane del 29 agosto 2005 su New Orleans, costato un numero altissimo di vittime, sfollati e danni materiali per un ammontare di 26 miliardi di dollari, Re della terra selvaggia cuce insieme i fili della metafora, del pamphlet ecologista e del già citato romanzo di formazione. L’autore mette al centro di tutto la vicenda intorno alla quale gira vorticosamente l’architettura del plot, ossia il rapporto d’amore e odio tra una bambina e suo padre (da applausi la scene dell’incendio della baracca, della fuga dall’ospedale e del braccio di ferro), incastonando il conflitto generazionale nella lotta per la sopravvivenza di quella fetta di popolazione “invisibile” che da sempre vive ai margini della società a stelle e strisce (costretta a vivere in baracche di fortuna accanto alle dighe e ad evacuarle quando la potenza devastante dell’uragano si abbatte su quelle terre). Decide a priori di non puntare il dito contro le abominevoli mancanze dell’amministrazione Bush, anche se le dinamiche drammaturgiche che prendono forma via via ce le ricordano indirettamente. Ciò non significa che non ci siano e di conseguenza che non importino all’autore dell’opera, piuttosto si è scelta una prospettiva diversa e non per questo superficiale, meno importante o efficace di quella messa in atto da colleghi come Spike Lee (When the Leeves Broke. Requiem in Four Act) o Jonathan Demme (i documentari New Home Movies from the Lower 9th Street e I’m Carolyn Parker, il lungometraggio di animazione in stopo motion Zeitoun). Sovrapponendo il piano reale con quell’onirico, il regista statunitense rende omaggio a tutte quelle esistenze strappate alla vita in quei giorni, ma per farlo sceglie di filtrare il tutto attraverso gli occhi e l’immaginazione di una bambina di cinque anni. La narrazione si inebria delle sue fantasie e delle sue visioni, paracadutando lo spettatore in una dimensione nella quale è impossibile separare ciò che è vero da ciò che non lo è (il bellissimo L’uomo fiammifero di Marco Chiarini è un altro esempio di come questo sia possibile cinematograficamente parlando).  La macchina da presa asseconda tale direzione, alternando un movimenti fluttuanti a improvvisi scatti nevrotici, ma restando quasi sempre all’altezza della protagonista.

Il racconto che vi nasce incanta e commuove senza dover ricorrere a espedienti che giocano con emozioni e sentimenti preconfezionati. Come avevano abilmente fatto in precedenza Covi e Frimmel in La pivellina, anche Zeitlin annulla l’effetto e la spettacolarizzazione, appoggiandosi a una scrittura narrativa e visiva “selvatica, asciutta, fresca e semplice, ma di enorme spessore e capace di slanci lirici di travolgente brillantezza (una su tutte la scena dei fuochi d’artificio nel bosco).

Comments on Facebook

Comments are closed.