Viola Di Grado torna ad appassionare con ‘Cuore Cavo’

Il Cantico di Pietra – Interludio Artico I
27 Febbraio 2013
LA PARETE DIMENTICATA: Franco Guerzoni a Palazzo Pitti
1 Marzo 2013

Viola Di Grado torna ad appassionare con ‘Cuore Cavo’

“Inscatolare tutte le sensazioni in un’unica frase è molto comodo, è una polizza sul mistero dell’inconscio. Mi fidavo di quella frase in cui si rintanavano tutti, quella stanza riscaldata per chiudersi in preghiera. Mi fidavo del mio desiderio e della mia clausura nel mio desiderio. Mi fidavo dell’abnegazione da costruirci dentro, già testata dagli animali su se stessi per millenni: credevo di essere in salvo”

downloadCi aveva già conquistato con il romanzo d’esordio “Settanta Acrilico Trenta Lana” che con il suo dire contraddiceva costantemente l’aridità di un’esperienza depressiva, alla base della storia di Camelia. Viola Di Grado, oggi venticinquenne, torna a narrarci di una giovane donna, Dorotea Giglio, che sceglie di porre fine alla sua vita, un’anima sgretolata dal contesto familiare in cui le tocca crescere. Segue un viaggio immaginario e immaginifico nell’esperienza post mortem, un corpo prima odiato oggi rimpianto che non riesce a vincere la battaglia della decomposizione e un’anima che vaga – invisibile, dunque smarrita – in un mondo che non gli appartiene più e in cui non riesce a trovare conforto né risposte.

A ben vedere, sono molte le tematiche in comune con la storia di Camelia. Ancora una volta un rapporto crudele ed esclusivo con una madre distratta, assente persino a se stessa, dedita solo al raggiungimento del più perfetto stato di trascuratezza, ossessionata dalla fotografia: in “Settanta…” erano buchi, oggi una carriera interrotta nell’ambito della moda bimbo, esattamente come si sono interrotti i ritratti a Dorotea, che è poi una metafora di come abbia smesso di ‘vedere’ sua figlia.

Il grigiore di Leeds, cittadina dell’Inghilterra settentrionale, cede qui il passo ad un’assolata Catania – città d’origine della scrittrice – la quale, come una culla, accoglie il frantumarsi e poi il dissolversi di Dorotea, in una seducente immagine che vede l’anatomia farsi geografia.

I personaggi della Di Grado sono sempre estremi, ma solo apparentemente vinti. Vi è nella loro disperata fragilità un che di eroico, trasformando percorsi di vita che conducono inesorabilmente verso il baratro, in paradossali inni alla vita, di una purezza tale, da commuovere.

Così ci ritroviamo con Dorotea, che ha dovuto compiere un gesto così estremo per riconoscere se stessa e la sua meravigliosa unicità, a chiederci quante occasioni in realtà la vita ci ha concesso per redimerci, semplicemente ‘guardando’ dalla giusta prospettiva.

Le parole – come già in “Settanta Acrilico Trenta Lana” – si riconfermano protagoniste assolute in una prosa audace, a metà tra romanzo e poesia, che veste di commovente bellezza tutta la drammaticità della storia.

Ancora una volta lode a Viola Di Grado e alle edizioni e/o per questo gioiello.

Comments on Facebook
Alice Ungaro
Alice Ungaro
Gravita nel mondo dello spettacolo e dell’audiovisivo sin da piccola, manifestando capacità organizzative e di leadership che la conducono velocemente dall’altro lato della camera. Fermamente convinta che lavorare con passione sia l’unico modo di lavorare, ha fatto dei suoi interessi il suo “core business” specializzandosi nell’organizzazione eventi e nella comunicazione.

Comments are closed.