Il Cantico di Pietra – Interludio Artico I

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Il Cantico di Pietra – Interludio Artico I

Il Cantico di Pietra – Interludio Artico Iartico

L’orizzonte s’estendeva fino a baciargli dolcemente la schiena, e sirena sembrava ogni brezza che le mille fornaci di vita avevano inflitto alla candida tela dell’aria. Alzò un dito. E un obelisco d’artemisia e mandorle s’erse fino ad infilzare le nubi sovrastanti, e le grigie scintille caddero sull’altra mano, aperta, che ne fece minuscoli templi aperti alla felicità dei passanti. Parte del Quinto Cielo era ricoperta dalla mastodontica nuova Biblioteca d’Alessandria, contenente i libri scritti e quelli che mai avrebbero saggiato l’inchiostro…più in alto una sterminata orchestra muoveva svogliatamente le stelle, ed again superiore arene placavano gl’appetiti di violenza e competizione tipici della sua razza. Se non ci fosse cresciuto, sarebbe impazzito, o morto come al culmine di un orgasmo troppo agghiacciante per il proprio corpo…puro brivido di libertà, ma non una libertà individuale, non una libertà di qualche decina di chili…una libertà universale, cosmopolita, totale si riversava nei suoi finti polmoni, facendo sbocciare emicranie ed isteria, gloria e demoni orrendi…era molto più della somma delle parti…piovevano canzoni, e gli spruzzi delle liriche onde s’adagiavano sull’indaco roccia per raccontare storie, storie bellissime e dal qualsiasi nome…grattacieli e cupole apparivano e scomparivano al battito del mondo, un mondo a chissà quale potenza, un mondo all’estremo dell’infinito a loro permesso.

Sbadigliò.

Inspirò.

Poi sbadigliò ancora. E imprecò. Sedeva in un campo di steli decantanti la sapienza d’Albione, su cui i riflessi dei soli disegnavano mossi ritratti d’un lieve fiammingo, e sul suo corpo splendidi insetti scolpivano una galea di pelle e arcobaleni; non aveva, però, né la voglia né l’imperativo di scrutarli: davanti, dietro, ai fianchi, arche ed arche dei suoi ricordi, della traccia che fu ed orna, si estendevano mute, inperscrutabili. Un filo, d’Arianna per il suo Dioniso, un intarsio anche minimamente logico, apparivano come l’unica e prima cosa che gli era stata negata in quel paradiso perso, e ritrovato.

Non cercava un senso: il senso a tale limpidezza diviene l’ennesimo esoscheletro, ennesimo vuoto involucro d’un tristo fantasma. No, lui voleva USCIRE: e per farlo doveva riprendere username e password, quelle due maledette sigle partorite chissà come e quasi chissà quando dalla sua mente: l’entrata era libera, l’uscita no…una vita, prima di collegarsi? Prima che gli intervalli fossero di reale, e l’essenza di virtuale? Si bevve a forza stronzate filosofiche di genesi neurale per convincersi, o semplicemente per sbarazzarsi d’un senso di colpa, forse quella fagocitante ombra che in eoni tremendi assorbiva le sue creazioni, macchiandole d’innominato…sgusciare tra le dorate porte, la gente non aveva proprio di che pentirsene: in fondo non li biasima, ma per lui…era un lui davvero?…non voleva funzionare così…eppure, anche convogliando tutte le energie nel formulare un teorema coerente e nel provare fino allo sfinimento per depressi tentativi, non si era neppure avvicinato all’esterno, nemmeno a un lieve profumo di esso.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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