“ What the body does not remember ”: Wim Vandekeybus e il rischio della contingenza

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“ What the body does not remember ”: Wim Vandekeybus e il rischio della contingenza

“ What the body does not remember ”: Wim Vandekeybus e il rischio della contingenza

what the body does not remember

Equilibrio 2013: Ultima Vez ipnotizza gli spettatori dell’Auditorium Parco della Musica.

 

È un’illusione amara quella di credere di poter tradurre, nel linguaggio delle lettere, le sensazioni visive e sonore di cui solo il corpo conserva il piacere e custodisce il mistero. Impresa vana quella di tentare di descrivere in versi la perfezione ipnotica, l’armonia ansiogena, il sadismo sottile di Wim Vandekeybus e delle sue creature. La scelta, quanto mai acuta e velatamente polemica, di riportare sulla scena romana del Festival della nuova danza un lavoro del coreografo belga datato 1987, indubbiamente risveglia il piacevole azzardo del paradosso e l’assopito desiderio di ritorno all’origine del moderno. In un quieto stato di illusoria conoscenza, la potenza espressiva di What the body does not remember investe il pubblico come un’onda oceanica che scuote, immobilizza, esaspera e sconvolge. La geometria della danza e del pensiero di Vandekeybus, in un percorso coreografico che procede per quadri giustapposti secondo livelli di complessità estetica progressiva, lentamente penetra e prepotentemente si impossessa dello sguardo, del respiro e dello stomaco dell’osservatore ignaro. Ci vuole poco per scoprirsi vittime consenzienti di un sortilegio perfetto fatto di gestualità ripetute e ossessive e di suoni sinistri e insistenti, ipnotizzati tra oggetti volanti simbolo di pericolosità imminenti e uomini sospesi nel millimetrico spazio della libera scelta.

La donna che graffia la superficie di un tavolo amplificato sembra elettrizzare i corpi di due danzatori debolmente illuminati da fasci di luce di fari in scena e, beffarda e cattiva, pare agire per loro conto dirigendone le movenze e stabilendone posizione e ritmo con pugni sonori e schiaffi potenti. In ogni vissuto ci sono stati emotivi sconosciuti la cui intensità difficilmente consente di identificarne l’origine in qualcosa che non sia fuori di noi, in uno spazio intermedio tra mondo esterno e coscienza, tra materia e spirito. È forse il corpo che, tra automatismo motorio in reazione alle percezioni esterne e memoria individuale del proprio trascorso, media la scelta tra le azioni possibili e indirizza l’agente? Può davvero il corpo ricordare, riconoscere e infine sfuggire all’imminenza di un avvenimento straordinario e imprevisto, alla contingenza di un pericolo non annunciato, al richiamo violento di un sentimento impensato? Non sfugge al cinismo del titolo il sospetto che non tutto rientri nei poteri della libera scelta dell’io e che esistano infine stati di pericolo inevitabile per loro natura unici, non riproducibili, irrefrenabili. Lo sforzo quotidiano e replicato di ricondurre all’abitudine tutto quello che fa parte dell’esterno del nostro mondo finisce per fornire solo una mappa di navigazione approssimativa per navi in balia della tempesta.

Ci sono, nel lavoro di Vandekeybus, quadri di entusiasmante e nervosa bellezza che depositano nella mente immagini e istantanee di dinamica intensità. C’è la scena in cui blocchi di gesso di grandezza variabile sembrano lastre di pavimenti mobili per camminatori necessitati a percorrerne la temporanea disposizione o improbabili mattoni per costruzioni sulle quali arrampicarsi in precario equilibrio; diventeranno infine dei massi volanti, lanciati in aria da uomini impavidi e suicidi, salvati solo dalla scelta di un altro nei veloci attimi della contingenza dannosa.

C’è la splendida sequenza degli scambi veloci di oggetti quotidiani in cui  uomini e donne, nell’automatismo dell’abitudine comune e intenti a camminare veloci lungo la stessa via del mondo, si passano, si rubano, si sfilano asciugamani e giacche per farne identico e sincronico uso o per rivederne originalmente l’impiego. E c’è la scena,  bella e straziante, delle donne perquisite da uomini inclementi che ne misurano il corpo con mani opprimenti, ne costringono le membra in posizione rigida e immobile, ne inibiscono il movimento e il riposo tra spasmodica richiesta di liberazione e irresistibile desiderio di contatto. Il tutto sulle musiche originali, ossessive, implacabili e bellissime di Thierry De Mey e Peter Vermeersch.

Il pubblico romano, visibilmente catturato dallo spettacolo, ha sonoramente applaudito i nove  eccellenti ballerini di Ultima Vez  interpreti perfetti di un lavoro intenso, difficile e a tratti pericoloso. Da vedere. E poi anche da rivedere.

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