Création 2012: l’Anonima Cupidi di Dave St-Pierre travolge Roma

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Création 2012: l’Anonima Cupidi di Dave St-Pierre travolge Roma

Equilibrio 2013: il pubblico dell’Auditorium Parco della Musica sorride al coreografo canadese.

 

Non può nascondere, chi si occupa di danza contemporanea, l’incerta e stupefatta soddisfazione di ritrovarsi in una sala teatrale gremita di gente rumorosa e scalpitante. Il leggero graffio alla presunzione di essere tra i pochi eletti in grado di apprezzare un’arte difficile, scompare pian piano al crescere di un vago, entusiastico desiderio di sana condivisione. Il pubblico romano del resto, beneficiario di decenni di programmazioni vincenti, appare quanto mai propenso ad accogliere la nuova danza e a decretarne, lapidario, il successo o l’inefficacia. Verdetto pericoloso che non sembra scalfire la lungimiranza di Equilibrio 2013 che, coraggioso, continua a scommettere sui nuovi discussi nomi della danza contemporanea internazionale attirando l’attenzione di un folto numero di appassionati e tecnici del settore. Così, nemmeno il fondato sentore di provocazione confermato dall’esplicita etichetta “consigliato ad un pubblico adulto” sembra aver frenato la voglia di assistere all’atto conclusivo della trilogia Création 2012 del giovane coreografo del Québec Dave St-Pierre. Il capitolo Foudres, parte finale di uno studio che ha indagato sfumature e pieghe dell’umano tra vita, amore e morte, concentra in due ore di danza e teatro l’amara, disillusa e forse anche inevitabilmente fallimentare, parabola dell’eros a due, tra strabordante desiderio di simbiosi, lacerante paura della perdita e cinico allineamento alle moderne ipocrisie. Dopo La Pornographie des âmes e Un peu de tendresse bordel de merde!, i fulmini inclementi di un St-Pierre sadico elettrizzano, incendiano e polverizzano la materia e lo spirito di amanti avvinti e disperati. Ostaggi di Cupidi schizofrenici, pedine nelle mani di folli, i due giovani cadranno, inconsapevoli, nel vortice penoso dell’innamoramento selvaggio tra sardoniche risa di crudeltà compiaciuta e spietate evidenze di indifferenza diffusa.

I danzatori precedono il pubblico, e in quel che appare un disordinato e chiassoso spogliatoio,  sembrano attendere, con malcelata indolenza, l’inizio di una rappresentazione teatrale alla milionesima replica. Sono sempre stati lì i Cupidi dell’amore improvviso, pronti a denudare anime ignare sulla soglia del camerino di un teatro senza cuore. Entità pagane dal corpo troppo adulto per non stridere con angeliche ali da putto e che di divino conservano solo l’estremizzazione dei tratti umani peggiori, vagano nude su una scena caotica in cerca di un comune obiettivo terrestre sul quale scagliare le diaboliche frecce del colpo d’amore fulminante. I malcapitati fruitori del dardo, già legati e imbavagliati in scena, subiranno, terrorizzati e indifesi, la disfatta fisica e psicologica di un desiderio inspiegabile e incosciente, avviluppati nel gioco perverso di angeli discoli, indisciplinati e violenti. Annullando ogni stereotipo, uccidendo ogni patinato romanticismo, le frecce del Cupido di St-Pierre colpiranno come sassi i corpi di due amanti spaesati, sommersi dall’ossessivo ripetersi di un monito sonoro e visivo fatto di cadute violente su tavoli duri come letti d’amore di pietra. Perché “this is how you fall in love”, è così che ci si innamora, sbattendo testa e anima contro il tangibile desiderio di ricongiungersi contro un rigido, distante, irraggiungibile Altro. Il lungo passo a due dei giovani amanti, nel buio di un palcoscenico ignoto e tra le sagome alate di Cupidi scuri come avvoltoi, riflette in tutto la destabilizzante perdita di coscienza nello slancio d’amore verso un Altro, ugualmente perso, in bilico tra il vuoto della mancanza e la brama della pienezza. La danza di St-Pierre è fatta di schianti brutali, lanci nel vuoto inaspettati, contatti forzati, difficili, faticosi eppure violentemente agognati, in un alternarsi continuo tra desiderio di volo e consapevolezza del peso. Nella danza sonora del coreografo canadese i gemiti, le urla, lo sforzo e il pianto rivelano l’umano dolore dell’incompletezza e la necessità del riconoscimento. La resa amorosa affida ad un altro la vita di un corpo che rinnega solitudine e morte e che, in equilibrio precario su un pavimento viscoso di lacrime e sangue, scivola affranto tra i petali degli ultimi fiori di un mondo inaridito.

Si ride, e molto, in Foudres, soprattutto durante la scena di una grottesca terapia di gruppo di Cupidi soggetti a dipendenze e nevrosi, in cui i danzatori danno il meglio delle proprie capacità attoriali e comiche. Non ci vuole molto per capire che è di noi stessi che ridiamo, drogati di amori fasulli, imprigionati in sterili rituali e convenzioni bugiarde, mentre assistiamo al trionfo di un Eros senza ali incapace di platonici voli. In un finale che omaggia il teatro di Pina Bausch (Kontakthof) ritroviamo l’amara ironia di un’umanità beffarda che copre (e non a caso anche veste) i corpi nudi dei due amanti sconvolti per coinvolgerli nel ballo di gruppo di un malinconico “luogo dei contatti”. Da vedere.

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