Il Cantico di Pietra – Limbo 3

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Il Cantico di Pietra – Limbo 3

Il Cantico di Pietra – Limbo 3

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Allora sfatiamo queste strutture codificate, questi criteri letterari, abbandoniamoci al ritmo, a una forma che serva il messaggio e non a un messaggio che sia imprigionato nella forma. Mostriamo prima di tutto noi nell’esprimerci, e non temiamo la tradizione, anzi giochiamoci, saccheggiamola, perché arte è espressione pura, e la tradizione è solo nostra madre, non la nostra voce.

Ciò che conta è che ogni manoscritto, sinfonia, spettacolo ha dietro l’impagabile, roboante e schizofrenico universo che pulsa in un fiato ferito, e per questo, questo solo, voi dovete sedervi ed ascoltare, apprendere, tingervi dei colori che scorreranno sul ciglio dei vostri occhi. Ma non per appagarvi. Non per un sorriso. E no, nemmeno per una fuga. E’ l’urlo che nasce dalla rabbia il più grande, e voi dovete pretenderlo; dovete pretendere una cultura tagliente, feroce, che vi colpisca nel limite, e oltre ancora; dovete inseguire la musica delle vostre maschere, e sebbene sia ardente, tremendamente ardente, è questo che rende l’arte ciò che è: pura creazione. Dal niente, creare il tutto.

Ho inciso un modello. Ne ho incisi mille. Ho inciso in potenza.

A voi il giudizio.

E’ comunque un’opera sincera, senza rese, senza espedienti. Ci sono dentro, in ogni lettera e in ogni vuoto. Parla di oscurità, mira a mutare per chiunque lo affronterà. Vuole stimolarvi a domande nuove, mondi incolti. L’unica certezza che offro è che non vi prenderà in giro, sarà leale. L’unico avvertimento è che spesso si mostrerà faticoso da percorrere. L’unico vantaggio è che per questo, alla fine, diverrà davvero vostro, e vostro intimamente.

Cento generi in cento voglie per cento ritmi diversi, cercando disperatamente d’assecondare ciascuno.

Vorrei vi sedeste, e ascoltaste la mia storia. Vorrei che nessuno di voi la accetti o la rifiuti, ma la respiri con forza. Vorrei perdere il mio sogno, e ritrovarlo in voi, cambiato, vissuto, vivo. Vorrei sedermi con voi a prendere un bistecca, una birra, e capire quanto erano vuote le mie parole prima di gocciolare attraverso le vostre.

Per l’alba e il bere, offro io.-

E prese a scrivere per terra, non si capiva con quale inchiostro tale era la montagna di tessuti che lo ricoprivano.

Meraviglie.

Narrò di una donna, una donna che magicamente apparve lì, mentre sonnecchiava al bar dell’incrocio, coperta da un giardino pensile di giornali di videogiochi usati. I muscoli delle palpebre erano l’unico segno che qualcosa pulsasse in quel bastimento di scoraggiata materia, ed erano utilizzati di continuo; il motivo lampante: constava nella singolare maledizione che la sfiorita portava: spremere fuori l’identità di chi le stava innanzi, svuotare chiunque incrociasse il suo sguardo…per intenderci, dopo un’esplosione, per lei il diverso perdeva qualsiasi attrattiva o gusto…non conosceva l’adagiarsi su una persona, per quanto bella fosse. Non che sia facile, ma neppure difficile e alla fine, per un po’ di pace, si rivela necessario.

Ma lei no; e ciò riempì ognuno di profonda tristezza, intinta nel proprio quotidiano.

Poi proseguì: 100 persone vivono nel mondo, anche se un airone, dal bavoso passo classico delle lumache, passa a tingerlo ogni tanto…e chi si sveglia scopre che non faceva che dialogare con altri sé…poi, finalmente, un autentico estraneo. Shock totale. Il solito shock totale.

E di nuovo: una razza che continuamente si duplica, e continuamente deve uccidere i propri doppioni.

E…

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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