Cloud Atlas di Andy e Lana Wachowski e Tom Tykwer

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Cloud Atlas di Andy e Lana Wachowski e Tom Tykwer

L’Effetto Domino Spazio-Temporale Secondo i Wachowski e Tykwer

cloud-atlas-260712-19C’è tutto, davvero tutto quello che si potrebbe desiderare in un film, nell’ultima fatica dietro la macchina da presa di Lana e Andy Wachowski, realizzata in collaborazione con Tom Tykwer. Ma ciò che più desideriamo trovare in un film non è necessariamente ciò di cui il film stesso ha davvero bisogno per esprimere il meglio di sé. È  il caso di Cloud Atlas, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di David Michell del 2004, disponibile sugli scaffali nostrani con Frassinelli dall’anno seguente e nelle sale con Eagle Pictures a partire dal 10 gennaio 2013. Il kolossal fantascientifico che ne deriva è, infatti, un contenitore tanto affascinante quanto ambizioso, che racchiude tre ore circa di pellicola che bombardano lo spettatore di una copiosa dose di propositi non tutti però andati a buon fine. Il risultato è una saturazione di elementi che mescolati, alla lunga, provocano una deflagrazione drammaturgica piuttosto evidente, nella quale è il singolo a fare la differenza, non l’ensemble.

Generi, toni, stili e registri, si incontrano/scontrano in uno script che asseconda la natura cartacea nata dalla penna del romanziere inglese. Cinquecento anni e passa di eventi si riversano in sei storie che differiscono per epoca e ambientazione. Ogni racconto si configura come una storia letta o conosciuta dal personaggio del racconto successivo. Come una sorta di schema specchiato, le storie lasciate in sospeso riprendono in ordine inverso, fino a tornare alla prima storia. Il risultato è un effetto domino che dal passato si ripercuote sul presente e di conseguenza sul futuro, quest’ultimo paesaggio apocalittico che riporta l’essere umano al grado zero dell’esistenza. Una reazione a catena che travolge una serie di personaggi legati per svariati motivi da cervellotici rapporti di “parentela” o da alcuni minimi comuni denominatori costanti, che in modalità random si reincarnano in altre identità. Gli strumenti adottati dagli autori per tradurre in immagini e suoni l’episodica concatenazione degli eventi sono: da una parte, un’iniziale frammentazione di episodi che va via confluendo in un unico e gigantesco plot, dando origine a una sorta di “puzzle filmico” fatto di tasselli che nel terzo e conclusivo atto trovano la rispettiva collocazione; dall’altra una squadra di sei attori principali in cerca di una sola identità, costretti a scomporsi a loro volta in una moltitudine di volti, maschere, sessi e persino entità.

Cloud Atlas si regge su un’architettura narrativa imponente e complessa, incastrata al millimetro attraverso chirurgici giochi di intersezione spazio-temporali e concatenazioni sottili pronte a spezzarsi da un momento all’altro. Ma non si tratta di semplici dejà vu alla The Fountain, né di viaggi alla The Time Machine, ma di riverberi narrativi che assomigliano ai cerchi che si vengono a creare nell’acqua e che si propagano verso l’esterno. I Wachowski e Tykwer sono bravissimi nel riuscire a tenere tutto insieme, a dare un ordine al magma e allo stesso tempo al caos partoriti simultaneamente da Michell, decisamente meno a portare sullo schermo quell’equilibrio necessario a rendere semplice la fruizione. Il meccanismo a incastro con il quale il terzetto porta avanti la narrazione progressivamente perde attrito con la mente dello spettatore, il più delle volte impegnato a ricucire i fili del discorso piuttosto che a concentrasi sul susseguirsi degli eventi. Così si finisce con l’affidarsi o al lasciarsi prendere da uno o a più episodi, da tutti o nel peggiore dei casi da nessuno. Un rischio, questo, che gli autori hanno preso sicuramente in considerazione, ma che a conti fatti potrebbe causare problemi al box office, spesso alimentato dal benedetto o maledetto passa parola. Ma stiamo parlando pur sempre di coloro che hanno dato vita a trip mentali come la trilogia di Matrix e a Lola corre; dunque la corsa nelle sale non dovrebbe avere una clamorosa frenata. Staremo a vedere.

Resta il fatto che ci si trova al cospetto di un film che decolla sin da subito con trenta minuti dai quali è arduo staccare gli occhi, seguiti a ruota dai successivi novanta caratterizzati da un caos programmato a tavolino nel quale fanno capolino pericolosi e vistosi passaggi a vuoto, qualche sporadica intuizione su entrambi i fronti (scrittura visiva e narrativa), inutili digressioni e persino brandelli di noia, per chiudere alla grande con gli ultimi sessanta nei quali l’azione si impossessa di tutto e tutti, regalando momenti di grande cinema.

Difficile più che mai individuare chi ha fatto cosa e di conseguenza a chi attribuire i meriti o i demeriti in una regia a sei mani, ma una cosa è certa: quando si tratta di fare sul serio l’operazione non delude, al contrario di quando, come nella seconda e macchinosa parte si devono mandare giù bocconi amari, sapendo che registi come i Wachowski o Tykwer sono capaci, come in effetti accade, di tirare fuori dal cilindro clamorose sorprese.

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