Django Unchained

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Django Unchained: Tarantino e i Gloriosi Bastardi del Vecchio West

Django

Quentin Tarantino è uno di quei registi che non lascia indifferenti. Tendenzialmente o lo si ama o lo si detesta, fosse anche cordialmente. Se lo si ama si può rimanere a volte delusi, perché ci si aspetta sempre il massimo da lui. Altre volte invece ci si può far prendere dall’entusiasmo: accade quando quello che il regista porta sullo schermo soddisfa appieno le aspettative. Ognuno valuterà secondo il proprio metro di giudizio anche questo Django Unchained, ma qui in Four Magazine il film è piaciuto, e parecchio.

Così come Inglorious Basterds rappresentava la personalissima rilettura utopica della Seconda Guerra Mondiale, con un epilogo tanto lontano da quello storico quanto soddisfacente su un piano di resa dei conti nei confronti di Hitler e nazismo, così questo Django Unchained è una presa di posizione tipicamente tarantiniana nei confronti della schiavitù e della situazione negli Stati Uniti del Sud durante i prodromi di quella che sarebbe stata la Guerra Civile Americana.

Django (Jamie Foxx) è uno schiavo, separato da sua moglie e destinato ad una vita in catene. Questa prospettiva viene completamente ridiscussa nel momento in cui il cacciatore di taglie Dr. King Schultz (Christoph Waltz), ex dentista di nazionalità tedesca, lo “acquista” e gli chiede aiuto nel rintracciare tre pericolosi fuorilegge. Al termine del servizio allo schiavo sarà resa la libertà. Le capacità dimostrate da Django e la sua romantica storia, inducono il cacciatore di taglie a farne il proprio partner: affascinato dalla prospettiva di aiutare un Sigfrido a ritrovare la sua Brunilde, Schultz lo addestra e lo tratta da pari, accompagnandolo a “Candyland”, la piantagione di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio) in cui dovrebbe trovarsi l’amata moglie di Django.

Il plot, un classico, anzi, un “medley di classici”, è soprattutto un pretesto adottato da Tarantino per rendere omaggio agli Spaghetti Western e al contempo portare avanti la propria personale poetica – quel mix di violenza esagerata, dialoghi brillanti e situazioni surreali – che l’ha reso l’icona pulp per eccellenza.

In Django Unchained non manca nulla, salvo gli indiani: ci sono sparatorie, cavalcate, paesaggi mozzafiato, ingiustizie e vendette, eroi e cattivi da antologia. Gli attori svolgono tutti il proprio lavoro al meglio: difficile dire chi sia il più bravo fra i vari Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio o Samuel L. Jackson, sebbene indubbiamente il film sembri avere a lungo nel Dr. Schultz di Waltz il proprio più solido punto di equilibrio.

Come ci si aspetterebbe da un film di Tarantino, anche il comparto musicale è un festival revival di temi storici, da quelle di Bacalov con la stessa “Django” a Morricone e passando per riletture moderne che non disdegnano James Brown e arrangiamenti hip hop, a sorpresa efficaci e ben amalgamati nel film. Meno efficace, malgrado la collaborazione con Morricone, la canzone Ancora qui di Elisa.

Dire di più sarebbe ridondante e soprattutto potrebbe minare la soddisfazione della scoperta progressiva di un film che non risparmia sorprese, risate, trovate originali ed eccessive, verve a fiumi e grandiose interpretazioni, che rendono il film, pur lungo con le sue 2 ore e 45 minuti, estremamente godibile e soddisfacente.

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Roberto Semprebene
Roberto Semprebene
Appassionato di Cinema e Videogiochi, ha fatto delle sue passioni il proprio lavoro. Ci tiene tantissimo a precisare di essere nato in un giorno palindromo, cosa che probabilmente affascina e stupisce solo lui!

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