Il Cantico di Pietra – Trapasso

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Il Cantico di Pietra – Trapasso

Il Cantico di Pietra – Trapasso

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E’ curioso che la luce non vesta un ruolo così pregnante, nel trapasso; anzi, invero risulterebbe prevedibile, ma l’ottimismo in un mondo migliore rende strambo il passaggio, un filo disorientante; del resto, se una realtà preferibile è facile da immaginare, questo non significa per forza che concretamente esista. Sarebbe ridurre il portento del Creato-da-Sé alla nostra minuscola cavità cefalica (e ai polpacci, in cui risiede gran parte del nostro intelletto).

La cosa che si avverte subito è un gran mal di collo, e l’incapacità conseguente di orientare bene lo sguardo; anche se tutto è d’un verde ermellino la sensazione risulta davvero fastidiosa, sempre considerando che le scocciature del corpo dovrebbero, almeno in teoria, d’ora in poi essere risparmiate. Ma appena stai per prenderti un bel attacco d’ansia alla prospettiva di una sepoltura in vitam in compagnia di te stesso, il paesaggio cambia.

Ambiente plastica. Un fuxia di tenebra scandisce le colonne squadrate del salone, unico elemento fuori dalla portata del bianco. Il resto è latte, ne ha persino la consistenza: è adagiato su una miscela di nevischio che innocuo ribolle, pollici alzati e abbassati su fragili bilance d’avorio. Davanti, ravvisabile solo per il capo leggermente più definito, siede comodamente il Giudice, del grado appena sopra lo schiacciar insetti (quello, modestamente, dovremmo essere noi a rivestirlo). Ha solo la chioma mossa da scariche di energia, che la fanno volteggiare come si fosse dentro un acquario aspettando di vedere se quel cuore reggerà il primo giorno, cruciale; per il resto niente di portentoso, unicamente una certa cura per i dettagli: gli occhi lampeggiano con meno anni del dovuto, le rughe cadono con benevolenza e il profumo è quello di betulle svegliatesi d’incanto in un oceano d’asfodeli.

-Alexander Fion?-

FION annuisce, marziale. Non riesce a percepirsi dal mento in giù, e neppure a vedere le sue estensioni. Delusione d’assenza dell’essenza in osé.

-Bene, niente da eccepire. La beatitudine la attende. Per regola, devo chiederle se è questo ciò che vuole, e in oltre annunciarle che vanta facoltà di porre un quesito, di qualsiasi genia.-

FION annuisce ancora, scollegando il nervo ottico.

Fuori, o almeno nell’idea di fuori che lì trasuda, fiaccole si spostano in un fitto buio, una marcia centrifuga d’abissali punti neri, invisibili.

-Esiste altro, oltre la beatitudine?-

Il giudice lo fissa, la fronte si contrae seguendo un riscaldamento mentale in vista dello sforzo incipiente.

-La beatitudine è la vetta sublime che dalle brume dell’indefinito e del vacuo s’erge a toccare la luce: quindi sì, difforme  c’è e, anzi, impera nel regno inferiore, il suo; quello che ha vissuto, 1000 in 1000 anni, rodaggio sempiterno per smaltire gli scarti, le impurità…e da come s’ingegna neppure l’eterno basterà…misero arbitrio fine a se stesso…ora, lei …-

-Quindi posso tornare?-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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