Paul Kalkbrenner – “Guten Tag”: quando il buongiorno arriva nel club

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Paul Kalkbrenner – “Guten Tag”: quando il buongiorno arriva nel club

La star è tornata, a distanza di meno di un anno da “Icke Weider”, targato 2011, Paul Kalbrenner torna ad inebriare le menti dei sui fan con il nuovo album: “Guten Tag”. Significa buongiorno e mai titolo fu più azzeccato, perché la nona fatica discografica dell’uomo di Lipsia (la seconda con la sua label “Paul Kalkbrenner Musik”, dopo il distacco dalla “Bpitch Control” di mamma Ellen Allien) è un dolce risveglio per i sensi degli amanti del genere. Il caro vecchio Paul lavora come un matto e continua a partorire arte in salsa elettronica con una cadenza spaventosa, una precisione chirurgica ed una fantasia impensabile. Guten Tag segue il filo tracciato dall’album che l’ha preceduto e lascia trasparire l’anima da clubber del fenomeno vero degli ultimi anni dell’electro-minimal. Sono forse finiti i tempi dei sentimenti per le masse, della voce calda e coinvolgente di “Sky and Sand” (nessuno la potrà dimenticare, nessuno potrà negarne la genialità, ma la sua esplosione su così larga scala ne ha fatto un pezzo fin troppo inflazionato per i cultori del genere), degli accendini che si alzano al cielo e della gente che ondeggia e canta ai singolari live show dell’uomo cresciuto a Berlino (forse non si era mai vista prima un’atmosfera “woodstockiana” ad un dj set, ma “Dj Icarus” è riuscito anche in questo) si torna alle emozioni pregne di sudore e sorrisi di plastica delle piste da ballo.

Le 17 tracce dell’album (di cui 12 sono tali in tutto e per tutto, mentre 5 sono più che altro degli intermezzi che si aggirano attorno al minuto, probabilmente degli embrioni che l’autore ci ha voluto comunque regalare) sono pervase da atmosfere proprie del dancefloor, si rivolgono senza ombra di dubbio ai fedelissimi della minimal, a coloro i quali tendono a sentirsi parte di un movimento che, a dispetto dell’enorme diffusione degli ultimi 10 anni, continua a sentirsi di nicchia. La sintesi di questa tendenza è data dal primo singolo estratto, probabilmente la traccia meglio riuscita di tutto l’album (difficile scegliere quale sia la migliore, perché il livello è talmente alto da mettere in crisi anche il più critico degli ascoltatori), “Das Gezabel”. Il disco scivola fra le corde dell’anima ritmato dalla solita cassa dritta, dal suono minimal e “club-oriented” che viene spezzato da un’armonia che guarda al futuro con i piedi piantati negli anni ‘80, un suono che si avvicina al piano, ma rivisitato in salsa spaziale per come il futuro veniva immaginato nei decenni scorsi. La traccia trova poi il suo alter-ego quasi “unplugged” in una versione guidata lungo tutto il suo corso da una chitarra acustica, una sorta di rivisitazione latina del pezzo che si palesa nell’ultima traccia dell’album dal nome “Das Gezabel De Luxe”.Il disco è pervaso da un sound molto deep, caratteristica peculiare di Kalkbrenner, ma mai cupo o deprimente, arrivano forti le scosse di adrenalina lungo tutto l’album (a conferma del suo indirizzo per l’uomo della pista, più che per l’ascoltatore da cuffie e divano), elettricità pura come le pungenti note di “Hinrich Zur See”, pathos totale come le splendide pause di “Der Stabsvornern”. La star dell’elettro-minimal ci lascia sospesi nell’oblio per tutta la durata della sua opera, ci strascina da un’atmosfera all’altra, senza mai lasciarsi a secco d’emozioni, ci fa spuntare il sorriso con l’incessante dinamicità di “Vornern-Anwarter”, ci permette di fluttuare fra le note di “Speiseberndchen”.

Guten Tag è completo, compiuto, diretto, fluido e travolgente (come nella massacrante “Trummerung”, vero carroarmato di bpm che investe l’ascoltatore, lasciandolo incapace di intendere e di volere null’altro che il movimento per tutti i suoi 5 minuti e 35 secondi), un vero e proprio capolavoro, l’ennesimo di quella fonte inesauribile d’idee che è Paul Kalkbrenner. Donnie Brasco (fantastico personaggio interpretato da Johnny Deep in uno splendido film del 1997) avrebbe commentato Guten Tag con un semplice, quanto significativo, “che te lo dico a fare”, ci affidiamo quindi a questa sintesi perfetta della sensazione che deriva dall’ascolto di quest’album unico.

Recensione di Emiliano Cuppone

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