Il Cantico di Pietra – Interludio Partigiano

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Il Cantico di Pietra – Interludio Partigiano

Interludio partigiano

 

Inferno d’oceano di orizzonti, e una vita sola, un solo momento.

La sveglia. Vestirsi d’anima ed estro. Piacersi.

La colazione. Far finta che ti colpisca, oltre la finestra, pioggia e chiarore. Aspettando.

Questo è l’inferno. Dietro paradisi dipinti, purgatori iniettati, questo è l’abisso. Fiamme di pura, urticante libertà. Mille strade, mille verità, mille utopie. Mille chiamate.

Mille rese, rispondi dallo specchio che preciso ti ricalca.

Mille rese e nessuna giustificazione che regga la mancata apoteosi di noi. Chiunque sia, tale benedetto noi.

Posso essere tutto, quindi non sono che nulla. Mutismi urlati t’accarezzano appena chiudi la porta, in metropolitana, nel frastuono insonne che è la nostra gente, religione qui, ordine altrove.

Il luogo ti si apre davanti, quieto. Devi fare una foto per un amico, niente di più.

Entri.

Polvere e terra.

Il cimitero non ha mura, né silenzio; solitaria la guardia d’un manipolo d’alberi smilzi ad adombrarne i contorni, a zittire, a rimembrare che anime giacciono coricate lì, in attesa. Attesa d’un mondo nuovo, forse. Attesa d’un Dio. Non importa. Nessuna tomba svetta, o pretende per sé l’attenzione strappata con forza al traffico poco distante; è l’insieme, un insieme caotico eppure armonioso, a colpire: un’unica entità, sorretta dalla propria rapsodia, dal proprio rivendicare destini e vigori sciolti, coerenti, dimenticati. Non è una dimensione di gloria, questa. Neppure di ricordi. Sono la pace, il riposo e i miagolii dei serafici gatti a tracciarne la rotta, e i tuoi passi suonano estranei, vili quando t’accorgi che in ruvide e insignificanti lettere si testimoniano spiriti immensi, degni d’ogni monumento di carne e gesta, degni di te e di ben oltre ipocriti e patetici uditi. Per la maggior parte di loro è una meravigliata ignoranza ciò che puoi offrire, tra statue funerarie adagiate a fissarti, chiedendoti quanto grande sia la tua parte, di che colore la tua vita si tinga. Non c’è alcuna grandiosità, alcuna ostentazione della morte; romita l’umiltà d’aver fatto ciò che andava fatto, con favorevole e contrario vento, senza scuse, senza rabbia, senza rimpianti; per questo si respira una nervosa quiete, come se il fantasma non fossimo che noi, vaganti tra i dubbi di cosa quotidianamente siamo, e di cosa dovremmo umilmente essere; vivi a metà. File di nomi, file d’idiomi, file d’umanesimo tra cui ciascuna passione, ciascun sentore trova luogo, e non una vergogna frena la disperazione, la speranza, il sogno. Misera dolcezza d’accontentarsi. Niente rischiara di più dell’oscurità di questo regno pacato e alto, e flebili le note delle bugie che danno senso e albore ai nostri giorni, che senso e albore mai avranno se noi non li stringeremo, sporcandoci. Per un istante ti chini e sfiori l’erba, il tuo candore la prova d’un tormento fulgido, mascherato dal giudizio, dalla pazienza, dal quieto e spento vivere. Vorresti che qualche frammento entrasse, vorresti i loro visi, vorresti rosse cicatrici. Per ogni tomba un astro riposa accanto, preso e domato; non ci sono lumini o fatui fuochi a fendere l’imbrunire, e il cielo par sgombro, un cielo d’uomo in cui le utopie sono divenute lacrime e un tremito acerbo.

In quel cimitero, a cui l’intera città pare sorda e indifferente, esistenze piene affrontano sorridenti e fiere questa notte e l’eternità; mentre ti volti, alle tue spalle quasi senti le chiare e limpide voci tra i bisbigli delle umide fronde, chiedendoti chi, tra te e loro, sia più vero, reale; chi, tra voi, dal corpo più caldo.

Esci.

Sopra le stelle sono riapparse, cristallo e ambra innanzi mediocre e allenato stupore. Lontane, paiono, distesa dei sepolcri di chi è ancora, e non osa. Assuefatti a non arrivare mai. Educati a non essere la forza che legittima ogni nostro impavido volo.

Correnti di pendolari scorrono attorno, scatole rombano e rituali si ripetono, comparse d’una trama sotto unica e rafferma inquadratura. Il firmamento è solo un rivestimento, i sogni solo sogni.

Ma allunghi un dito. Forse per semplice amor proprio, oppure per le iridi chete che dietro ancora t’osservano.

No, non la tocchi. Eppure, un calore…lieve, lievissimo, ma pur sempre un calore.

Ritrai la mano, e strizzando gli occhi riprovi.

Ardente.

Spalanchi le pupille e…scorgi il cielo. Non blu, oh no…e neppure pece. Un solo tono lo attraversa, e tra irose sfumature salvezze d’uomini giocano in vortici lisi, per poi essere bloccate sullo sfondo dalla codardia e dal compromesso, dalla semplice e banale paura sentendo la propria vetta. Agonizzanti lucciole inchiodate, ciò noi rimiriamo.

Non distogli il braccio. Brucia. E ogni giorno a capo chino brucia, come se parte dell’anima fosse comunque destinata ad avvampare, perdersi…che sia un rogo giusto, un rogo mio, ignaro di pentimento, figlio del semplice amore per il mio simile, non un manuale, non un surrogato. Un rogo che io stessa ho appiccato; allora dalla scintilla eco, e qualcosa brillerà nel teatro d’infinto e possibilità che solchiamo in perpetuo, persi. Qui, in questo cimitero, un piccolo campo di stelle mi scruta mentre m’incammino verso l’altra sponda, remota e stracciata. Non giudicano. E’ il loro esempio, la loro storia, a farlo.

Un attimo di consapevolezza non grazia dalla colpa, e non serve per una rivoluzione: fredda come alla mia misera venuta; ora solo la notte mi sembra più lunga, un manto che non ho udito arrivare, né andare via. Domandandosi quale sia il vero profumo del sole.

Briciole di risolutezza cadono dalla giacca lungo l’asfalto, e mi ritrovo in una vecchia taverna, tra fratelli e sorelle, vuota. Sì, è dura. Sì, l’odierno campo di battaglia non ha eguali in quanto a variabili, ambiguità, distrazioni. Ma un sussurro è rimasto. Un fresco silenzio, una nota estesa a scoperchiare, defilata, frontiere minute, possenti, e un’aria che io possa prendere. No, non abbiamo davvero bisogno d’un senso. No, non dobbiamo in nome dell’armonia sacrificare la nostra vertigine. Basta temere la caduta! Tra inferno e stelle ci siamo noi. Noi e nient’altro. Noi siamo la domanda, e noi siamo la risposta. Il resto, l’alba e il tramonto, l’espiazione ed il placarsi, non sono che riflessi, non sono che scuse, non sono che sonno prolungato, la morte vera, la morte dell’anima o di cosa crediamo canti al suo posto.

Allora ti rendi conto, mentre il vino scivola lungo la gola arsa, che è questa la libertà: essere pienamente, totalmente, testardamente sé…ed è semplice, non facile ma dannatamente semplice…le puoi mettere catene, bavagli e spine, muovere eserciti e carnefici, porle davanti plotoni e tribunali, ma non sfiorerai minimamente la sua folgore, non lederai per un orfano istante la sua splendida umanità.

E Dio potrà anche non esserci, a tal punto; comprendi che ciò non ha alcuna importanza, per la brezza che ti muove, per la volta celeste che ti attende.

Come una stella che ha trafitto il paradiso, macchiata d’inferno. Invincibile.

Lettera agli indifferenti, Antonio Gramsci

http://www.partigiano.net/gt/gramsci_indifferenti.asp

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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