Il Cantico di Pietra – Interludio inchiostrato

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Il Cantico di Pietra – Interludio inchiostrato

Il Cantico di Pietra – Interludio inchiostrato

PAGINA 1
VIGNETTA 1: sera. Un ponte, dalla muscolatura acuta e dalla struttura possente, sormonta un insignificante ruscello nel cuore d’una città arroccata, intrisa d’aria arcaica. E’ inverno, si intuisce dai grappoli di neve sospesi nell’aria, eppure il terreno è sgombro, sporco di strada. Ombre grottesche, filtrate dai lumi sui costoni, rendono il fiume d’un nero denso, tanto da mutarlo in una lingua di pece sul punto di straripare e inondare le strade. L’atmosfera è malinconia, una malinconia soffusa in cui si possa sprofondare, parlarne per ore, ci fosse abbastanza anima per sentirne tutto il tatto, ed il canto; la tristezza di qualcosa che muore, per sempre e ogni giorno, tra i rituali d’indifferenti. I tratti non devono essere troppo netti, quindi. Gli edifici si stagliano in opulenta rovina, tuttavia brulicano di vita interna, celata.

VIGNETTA 2: l’inquadratura scende, centrandosi su una figura sfumata, a cavalcioni sul bordo del viadotto. Ha i gomiti vicini, le mani intrecciate, trema.

VIGNETTA 3: avvicinamento, rendendo il personaggio ancor più scuro del contesto. Gocce di nero cadono dal suo volto, unendosi al buio delle acque. Proprio nel punto del contatto, il corso sembra ingrandirsi.

PAGINA 2
VIGNETTA 4: ora è visto di schiena. Si distingue chiaramente un ciuffo di capelli, biondo. E’ l’unica parte che di lui avrà croma. Sul corrimano s’avvicina, alle sue spalle, una volpe nivea, dai bordi blandi, su cui i fiocchi, al tocco, diventano petali rosa. Tale apparizione, in contrasto, è tuttavia impotente nell’intero disegno che la circonda.

VIGNETTA 5: Lui è voltato (solo con la faccia), si defilano le increspature della fronte; fissa la nuova arrivata che a sua volta lo scruta, immobile.

Ombra: rimani tu ad ascoltarmi.
Volpe: io non andrò mai via.
Ombra: non dire bugie. Non adesso.

VIGNETTA 6: lui è tornato a fissare il fiume. Lei è sempre rigida; dietro i petali galleggiano nella cenere d’onde immaginarie, rifrante sul soffio di pietra.

Ombra: credo che ormai non mi sia concesso tornare…
Volpe: non c’è nessun posto, piccolo.

VIGNETTA 7: la scena è vista dal presidio d’un alto ramo, filtrata dalle maglie delle foglie e dalle pozzanghere d’una pioggia passata.

Volpe: non c’hai messo molto…mi dispiace.
Ombra: anche a me.

PAGINA 3
VIGNETTA 8 : lui è di nuovo girato, ma tiene il capo chino, come se guardasse la creatura tenendo gl’iridi prostrati: un atteggiamento timoroso, o timido, o pavido.

Ombra: sei splendida.
Volpe: mi hai creato tu…devo esserlo.

VIGNETTA 9: anche il suo busto è teso nella torsione, solo le gambe sembrano rimanere neutrali. Appare più piccolo.

Ombra: sicura che…nessuno?
Volpe: nessuno.

PAGINA 4
VIGNETTA 10: la volpe sdraiata, la testa leggermente inclinata è appoggiata sulla bassa schiena dell’uomo. Guarda il buio.

Ombra: e quando…quando ti avrei fatto?
Volpe: un anno fa.
Ombra: ricordo.

PAGINA 5
VIGNETTA 11: una camera da letto, le pareti tappezzate di disegni, poster, pezzi di giornale, immagini. Libri sparsi senza logica, ovunque. Clima da tana, confortevole eppure afoso, in cui l’unica aria bisogna intagliarla e pagarla con parti di sé, parti qualunque. Una piccola tv e un portatile lampeggiano sul tavolo all’estremo della stanza, uniche luci sulla scena; da esse sgorgano figure: un satiro che fa del proprio corpo strumento, un insieme di sculture perse in invano epiche rivalse, ed un lacero stendardo, raffigurante un lupo bianco su sole vermiglio.

VIGNETTA 12: sul letto è sdraiato qualcuno, ma l’attenzione è rivolta alle mani, che battono sulle coperte, frenetiche, mimando l’atto di scrivere.

VIGNETTA 13: -identica alla 10-

Ombra: ricordo.

PAGINA 6
VIGNETTA 14: lui è visto dal davanti. Sta attraversando il ponte verso un lato della città. Sullo sfondo accennata una montagna, con uno scarno tratteggio di bianco.

Ombra: i clan si definiscono per una ricerca di perfezione…ognuno ha un clan, ognuno vuole una perfezione; io avevo la mia…e la sorte peggiore mi toccò…la trovai…

VIGNETTA 15: visto di profilo, errante su una larga strada costeggiata da statue greche, armoniose e luride. La luna appare in frammenti, dipinta.

Ombra: cercavo…cercavamo…la pagina perfetta…un’alchimia…la misura ti è imposta, non puoi mai decidere tutto da te. Sarebbe troppo facile.

VIGNETTA 16: visto di spalle, ora in mezzo ad uno stretto borgo con affisse alle mura spesse armature, sporche di sangue: sangue nero.

Ombra: …perfetta…un misto di magia, potenza, nulla latente…azzera dei, folletti e reami, azzera ciò che non sei…

VIGNETTA 17: fermo, sotto un arco di lumi che, irrealmente, non lo illuminano. Si massaggia l’addome.

Ombra: …ti sazia, e nient’altro guardi…gli altri…

VIGNETTA 18: il borgo è colmo di gente dalle più svariate forme, dimensioni e credi; gente felice persa in un tripudio di brillanti conservazioni felici. Lui rimane fermo, scuro.

Ombra: gli altri sono cassa di risonanza…la pagina non li vuole, dice che non servono, dice eco…solo eco…

PAGINA 7
VIGNETTA 19: l’animale gl’è innanzi, nervoso. Le persone sono divenute alberi secchi, nodosi, inverosimilmente ingarbugliati. Il terreno è una palude senza approdi, tranne per l’isola di petali che sorregge la volpe. Lui è immerso fino al ginocchio.

Ombra: (carattere rimpicciolito) e lei ha ragione…

VIGNETTA 20: l’uomo è sprofondato fino al collo, il capo chino.

Ombra: …ha ragione su tutto.

PAGINA 8
VIGNETTA 21: ritorno del paesaggio iniziale, stavolta alla luce del giorno. Il ruscello fluisce per ciò che è, un minuscolo rivo attorniato da qualcosa di deforme e sconfinato. I raggi del sole non arrivano alle cose, dando solo l’illusione del caldo, e della luce. Non ci sono ombre.

Didascalia: silenzio è filo steso d’un effimero tramonto, arrivati (dove?) e la storia non è d’alcun conforto, come la profondità, e lo sforzo. Il puro, esso è destino solitario, la trama un tuono leggendario…stanco, il cielo non esplode…è dato una volta, questo non lo vogliono capire…l’immortalità non si digerisce, e la verità sta nel mezzo…è tutto, è niente…è il trucco del tempo insignificante, dove la creazione è tema e l’uomo cantore, dove sorda è la platea e sordo il signore. E’ il trucco delle parole assassine, e degli dei menzogna, quando l’aria è atroce, e l’amore carogna.

VIGNETTA 22: il paesaggio muta: la struttura è la stessa, ma lo scenario è d’un contemporaneo urbano, caotico, mosso, trafitto da figure nervose e distanti, delineate in maniera eccessiva. Devono dare l’idea di pesantezza, e d’infelicità. Lo spazio è senza bordi, e senza spazi vuoti.

Didascalia: la pelle è incisa, la bibbia risplende. Siamo. Fede nell’ingiustizia e vuoto stilla rabbie, e non sfinisce, non più, danzando gabbie. Linee nere esplodono mute e disegni intinti d’acqua sporca il mondo, d’anomalie rimesse, e cocciute. Scure vene disegnate, frontiere di forze tranciate, colori stesi alla pianura d’aurore; qualcuno come sempre ride, qualcuno come sempre canta. Io no…

VIGNETTA 23: lui, inquadrato da dietro. Il volto girato a 90° gradi verso sinistra, macchiato da tagli candidi che ne scarnificano l’aspetto. Scarabocchi di tinte tra l’ocra ed un rosso chiaro e acceso lo sfondo.

Ombra: …dimmi perché.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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