Il Cantico di Pietra – Fusione 2

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Il Cantico di Pietra – Fusione 2

Il Cantico di Pietra – Fusione 2

Ne vedeva le giunture; infinitesimali e perfettamente inculcate nella geometria di quella sorta di baraccone ambulante, ma le vedeva. Il collo era rivestito da un colore urticante, che mai aveva incontrato e che gli iniettava nello stomaco un malessere nuovo, ribollente, paragonabile alla vergogna e allo scoramento. Ma era un rivestimento. Se aveva bisogno di proteggersi, voleva dire che poteva cadere; una protezione non è mai senza una falla, anche se a vestirla è un dio; e un vero dio si fa bastare la pelle e gli artigli, non teme una banda di profughi. La vulnerabilità tuttavia non eliminava il fatto che non si poteva fissarlo a lungo: le gambe avrebbero ceduto e forse lacrime mute sarebbero scese ad affogare le guance. Era comunque un portento, l’evoluzione, il…

-Frost-

Il magister lo scosse con fermezza, quasi fosse una delle loro lezioni e attorno non stesse fermentando il caos.

E lui si svegliò. Si concentro sul savio, e si chinò, respirando lentamente; prese tra il mucchio di armi cadute una spada e la tenne dritta innanzi a sé, come per vestirla, parlarle, delineare con lei una realtà comune e poi gettarla con disperazione su chi stava arrivando.

-Non farti spaventare dal presente agghindato a futuro: certe zampate del passato non sono previste dall’oggi, perché spesso, dell’oggi, non ancora giunto è il tempo. Sovversivo profuma il rimasuglio della storia, e la bellezza non è una buona ragione per vincere: la vera bellezza brilla sporca…-

Frost lo fissa ansimante, smarrito, la fronte soffocata dai capelli: -perché? Io non sono pronto…-

-Non si può arrivare pronti…ma io penso ci sia qualcosa, come una musica che rimanga nell’aria per chi nascerà…non credo nell’oblio, se l’oblio non meritiamo…-

-Ci sono cose…-

-Maya lo sa…a suo modo, ma lo sa…ognuno ha l’antidoto per il proprio dolore, ma non sappiamo qual è la porta della nostra anima da cui farlo scendere…aspettiamo sempre colei che abbia uguale sofferenza, uguale antidoto, e che con esso ci imbocchi, mentre noi facciamo lo stesso con lei: due bimbi che imparano a nutrirsi a vicenda della vita…due cascate che si bagnano d’eguale acqua…voi vi siete guariti: le pelli delle parole sono troppe, ma io vidi, i suoi occhi con te diventano pieni…-

-Pensavo che l’ultimo momento non avrebbe deciso l’esito della mia vita…-

-Non è mai l’ultimo…- fuoco sfavillante investe il maestro, gettandolo violentemente oltre il parapetto.

E Frost, ormai meccanico e atipico, scatta; mentre una seconda ondata di fiamme travolge i suoi compagni e la cenere amica gli sfiora il viso paonazzo, con un balzo si getta sull’essere.

E’ freddo al tatto, e scivoloso; e si scopre altrettanto freddo, a casa.

Alla fine non siamo davvero che numeri, cifre che si susseguono in successioni che tendono ad annullarsi, anche se ad una prima occhiata credono di dirigersi verso l’infinito. Nonostante tutte le favole, tutti i propositi e tutti i miti con cui riempiamo la nostra incompletezza, giochiamo sempre gli stessi schemi, ripetiamo sempre gli stessi ruoli, una volta da una parte, la prossima dall’altra, non importa. Rispondiamo alla nostra umanità postulando un’umanità opposta, e dimentichiamo lo spazio tra dio e l’uomo, capricciosi bambini che ragionano per antitesi, macchine bipolari, bordi perfetti di un puzzle ammuffito…sì, una classifica, l’arte dell’accostare cifre non è fantasia, ma la nostra essenza, fredda, ragionata, limite…e il resto, il resto può essere superbo più di mille astrolabi, e non sarebbe meno inutile e ingenuo.

Il babbuino le si attorciglia addosso, olio guizzante, gettando i suoi terminali in totale confusione. Il carapace stride, le spie si accendono, i fili vengono tranciati e le due carni si straziano a vicenda.

Frost si adatta: una comparsa, un mero numero di eventi, reazioni e interpretazioni…la meta-evoluzione è come il progresso: una fiaba. Ben poco differenzia lui e il Dio: i no che li gonfiano non generano eco, oche che si credono messia e invece non fanno altro che starnazzare sui rivi assetati d’un alba abortita.

Un’alba sorda.

Un’alba che non c’è mai stata.

E cadono.


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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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