Il Cantico di Pietra – Fusione 1

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Il Cantico di Pietra – Fusione 1

Il Cantico di Pietra – Fusione 1

-Io, Alfus Brenknimmer, capitano di ventura, chiedo asilo, nel nome della pietà che la mia fratellanza mostrò per voi…-

-Quale pietà hanno mai mostrato bestioni della tua risma a gente come noi?- lo interruppe beffardo il vecchio, -…demoni brutti quanto te hanno incendiato il nostro villaggio natale, massacrato i nostri giovani, violato le nostre donne, costringendoci a riparare qui e a vivere nell’inquietudine…ciò la chiami misericordia?-

-Avremmo potuto sradicarvi con niente!- sbottò il fuggiasco; poi, con un rumoroso respiro, riprese il controllo -…ma abbiamo onorato il vostro ritmo, come il contadino rispetta il respiro del campo; noi, quelli simili a me, vi abbiamo risparmiato; il minimo ora è che mi sia concesso il medesimo fio…in fretta, aprite!-

-Non avevate scelta…che c’è da razziare in un deserto di cimiteri?…prego solo che chi ti insegua abbia in mente una morte commisurata alle tue colpe.-

-Non mettermi alla prova, re mendicante…-

Frost non approvava quell’atteggiamento; non che non ne condividesse le motivazioni, ma l’ammasso di carne avrebbe potuto aiutarli contro ciò che si stava avvicinando, senza altro peggiore e non per forza amico…nella foschia, prima si colpisce e poi con la mano si stringe il moncherino. I cattivi lucidi e diffidenti durano a lungo.

-Se chiedi il nostro aiuto, vuol dire che non siete più potenti come un tempo.-

-Questo non è del tutto vero: un conto è difendersi con la pancia piena, un conto lottare con le spalle al muro in preda alla disperazione…non sai quali danni puoi causare, e soprattutto a chi…- aveva parlato un vecchio, apparso d’incanto a fianco del mercenario. Si stava condensando lentamente nel loro campo visivo, come se la mente elaborasse con difficoltà ciò che gli occhi suggerivano.-

-Io ero tra coloro che distrussero il vostro precedente borgo, e ripeterò questa usanza se non aprite subito il cancello e abbassate le armi.-

L’immagine si era compiuta: innesti simbolo di un’anzianità troppo prolungata lo funestavano da capo a piedi, facendolo assomigliare al loro totem nei giorni di festa e ricordo. L’unica dignità la serbava lo sguardo, perfettamente tirato in contrasto con il papabile nervosismo del compagno più giovane.

Poi Frost lascia cadere il martello. Ha una buona vista: colui che vede prima lo chiamano, perché ognuno lì ha una frase che ne riassume il carattere; è un buon modo per essere una storia e lavorarci su. Poi è tutto un scalpitio di ferro che stramazza, bocche che si spalancano, occhi strabuzzanti, mentre gli stendardi ghermiscono tra figure ferme; come statue, peggio di statue.

In un nero di ciglia l’Ombra atterra sui due. Li sovrasta, prende le loro mascelle e le strappa come fossero gracili erbacce: rumore di rami spezzati che impatta sul terreno coperto, non prima che l’orecchio l’abbia udito tutto, e se ne sia fatto pervadere; ruota lesta gli arti per ripulirli da sangue e tessuto. Neanche un lamento o una posa scomposta, avessero le prede compreso l’imbarazzante inferiorità che le accomuna e vergognate si ritirassero dal palco.

E si erge.

E’ qualcosa di splendido: definito da linee curve sotto un bianco battente. Si dà per occhi felini, e par argento il resto del corpo tanto luccica; ma nessun fabbro, neanche quello che serve gli dei e battendo recita rune ed incantesimi, può vantare una simile maestria. Alto tre uomini, affusolato eppur solido nella tempra, una grazia innanzi cui le armi dei nani sono sfibrati spicchi di grano. E’ arte, l’arte è espressione vitale in quanto tale, ogni gesto dell’essere superbo lo è. Sia anche della stessa razza dei due, ora fontane vermiglie, lui ne è legittimato poiché interpreta e non subisce la sua condizione. “Un no, la forza di un No”, come diceva quel libercolo blu e arancione che il Magister gli aveva prestato. Al fato si può rispondere solo i questi due modi, e Frost adesso sa che ha subito, cercando un motivo, dubitando di continuo, allargando i silenzi con i propri pensieri.

Sorride, un sorriso sporco di adorazione e clangore.

Due mercenari neppure in grado di guardarsi le spalle sono un ben magro palliativo per lei. Ma almeno l’hanno portata a un diversivo inaspettato, e sorprendersi è qualcosa che ormai inizia a dimenticare. Probabilmente dei reduci si erano accampati in questa riserva secoli, millenni fa, mischiandosi con gaia, entrando in sintonia e adottandone il ritmo: individui di partenza, malleabili e pieni di buchi al pari di grezza materia; non trova altra spiegazione ai babbuini guerrieri e alle tartarughe che ora la stanno osservando; non sono gli esseri più strani che ha visto, anzi mantengono una certa logica in quella deriva e collisione di galassie in cui è nata; anche per questo non è mossa tanto dall’odio, quanto dalla necessità di fare ciò che fa da sempre; è sempre l’istinto che guida, nessun arbitrio o creatività: solo perché non lo comprendiamo non significa non esista, o che totale sia la nostra libertà; anzi emerge distintamente, in voi e in chi voi rimane. Menzogna sublime l’artificio.

Probabilmente i fuggiaschi credevano di poter trovare un buon rifugio nello zoo, dopo che la pantera, capricciosa come il fato, li aveva bruscamente abbandonati, e questo con il sommo dispiacere di Alaya. Sbuffando dentro l’elmetto da parata caricò di energia gli avambracci, e con decisi passi si avviò a scardinare il rustico portone di rami intrecciati che gli animali vegliavano.

Doveva fare in fretta.

Non voleva perdersi il massacro dei bravi ragazzi, quel requiem mascherato da battesimo.

Si avvicinò, e lame che tagliavano l’iride al solo posarvi l’occhio emersero sotto le dita.

-Non parla…-

-Metà delle parole sono codardia, l’altra dubbio…nessuna delle due…-

-Dobbiamo agire insieme…-

Gli strali partirono.

-Avrete anche imitato testuggini e primati e su d’essi fondato i vostri stili, ma io conosco un animale più consono e adeguato: l’uomo.-

Il titano non si scompose. Pareva non accorgersi delle frecce che gli rimbalzavano addosso, non ottenendo il minimo contraccolpo. Mugugnò solo qualcosa di incomprensibile.

E scomparve.

-La vostra ignoranza, regressione e suggestione possono solo carpire parte dei miei movimenti…che mi vediate, è un dono.

D’addio.-

Riapparve dieci piedi più vicino.

Ripeté l’incantesimo due volte. Le scoccate diminuirono, e non perché mancassero proiettili: lo sbigottimento si era sparso sui difensori con la foga del fuoco sulla pece. Frost rimase lucido, eppure tirò senza poter mirare; la sua incredulità avrebbe preso il sopravvento.

Ora non aveva più bisogno di magie.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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