Il Cantico di Pietra – Aria e terra 5

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Il Cantico di Pietra – Aria e terra 5

Il Cantico di Pietra – Aria e terra 5

Non se ne capacitava.

Il suo vecchio cuore faceva fatica a tenere a bada la tempesta di sangue che le si stava scatenando in tutto il corpo. Il dorso della creatura era l’unica cosa definita per lei; il resto passava sfocato trai suoi riccioli biondi e il diadema baroccheggiante che li teneva fermi, altro lascivo e gratuito tradimento alle sue origini digerito e perfino ostentato .

Era un essere mastodontico, talmente nero e lucido nei muscoli da risultare ipnotico; ancor più il suo cavaliere, in grado di domarlo e guidarlo con tanta maestria, che tuttavia rimaneva sgranato per la rapidità dell’inseguimento. Le due ombre sfrecciavano lungo un percorso di distruzione e urla. Tra i vicoli della città bassa, l’accozzaglia di centri commerciali, baraccopoli e prati arati fiorita a ridosso della Colonia di Tienne, delineando il limite esterno dalla brulla terra di nessuno, il panico non aveva tardato ad esplodere: due comete furenti che si inseguivano come se mattoni, argilla e plastica non esistessero. Quella muffa sulla carcassa della civiltà, nata per protezione, sciacallaggio, amore passivo nei confronti di una qualsiasi potenza, non era abituata a spettacoli simili.

-Siete voi che ad essere venuti da una potenza come me.-

Col tempo si erano fatti questuanti, i barboni: chiedevano aiuti, sapere, simboliche frustate; lei aveva ordinato di riempire i canali sulla cinta superiore d’acqua, cosicché riversando le cisterne avrebbero potuto affogarli tutti nell’arco di mezza giornata; poi, comprendendo che ammasso di sciagurati fossero, assecondò gli speroni di rocce rinforzandoli in una protezione più accentuata, tanto da guardare quei miserabili da decine di metri d’altezza. Infine, i politici ne avevano fatto terreno per i loro esperenti sociali; erano tante piccole percentuali sopra cifre e sotto ipotesi, niente d’oltre, al limite buoni solo per battute di caccia che lei conduceva di notte, in incognito, giusto per rilassare i nervi. Ormai era divenuta una sorta di Dio, i suoi arcangeli gli ufficiali, gli aerostati che portavano i rifornimenti draghi e cocchi dorati, e l’ignoranza collettiva aveva composto pure molto altro. Adesso ne investiva a decine, tallonando la pantera sellata che era piombata dal nulla, lasciando attoniti i suoi quanto i bassi e forzuti prolungamenti dell’Entità; anche uno dei loro aveva accolto la sfida, ma non poteva reggere quell’andatura e probabilmente sarebbe rimasto sconvolto dalla città bassa, un piccolo segreto che lei si era tenuta in serbo per ogni evenienza.

Arrivarono fino all’estrema periferia, dove si inalavano ancora i residui più poveri degli antichi, i paesi satellite e gli strani parchi di raccolta: luoghi di cui, adesso, era arduo comprendere la funzione, conquistati dall’erbaccia e dalla fauna che stava ricomparendo dopo il salasso irriguardoso dalla guerra perenne. Immani cerchi di ferro si stagliavano, tinti dal gelido del cielo ed evitati dalle nuvole sporche, compresse sulle colline che spuntavano qua e là come tumuli di maestose razze estinte; molte di esse erano recintate, probabile segno fossero nate artificialmente o artificiali fossero diventate, soggette all’attenzione dell’uomo. Fu in una di queste che l’essere si rifugiò, una tenuta d’abeti e pini la cui cima era ricoperta dal niveo sporco dei cirri; con uno scarto improvviso la preda virò a sinistra di 90 gradi e infranse la cancellata sedotta dall’edera, mentre Alaya, presa totalmente alla provvista, ruzzolava per lo scatto improvviso della sua virata: il Toro che la serviva, un essere che neanche milioni di anni di selezione naturale avrebbero potuto garantire, non accettò la maldestra sferzata di redini e tanto meno l’indecisa sorpresa che avvertiva in colei che lo comandava, e incespicò andando a impattare su un solitario muro bianco, in cui la coda dell’occhio della felea riconobbe due uomini, vestiti di candido sotto ingombranti bustini neri e con una curiosa stella appuntata sul petto, baciarsi; un affetto che rovinarono totalmente, e che per vendicarsi crollò su di lei, accompagnato da non pochi grappoli di macerie.

Dalla nebbia venne qualcosa. Era un ansito irregolare, affannato, alla ricerca. Tutti attendevano, ormai i loro mutismi li avevano portati a siderali distanze gli uni dagli altri; il desio solo li  rinforzava; ad aggravare la tensione, appena sotto un mare spumeggiante di nubi collegava le cime delle montagne, dando l’illusione che una nuova terra si stesse creando e che solo chi si fosse rivelato sufficientemente leggero avrebbe potuto guadarla.

Frost se ne stava assorto, gambe divaricate e braccia incrociate, e molti lo imitavano: a meno che potesse volare, avrebbero avuto tutto il tempo di studiare il nuovo arrivato, e soprattutto di incutergli terrore o al massimo un freno: così, sembravano guardiani scolpiti nella roccia da un dio fermo nella lucidità, eppure iracondo nella propria linfa.

-Ragazzo mio, ci siamo.- i capelli del canuto ondeggiavano sotto un vento irreale. Stringeva gli occhi, tenendo a tracolla le piccole lenti che usava da sempre; come se ormai un intermediario fosse inutile, quasi dannoso.

-Sì magister…l’oracolo ha suggerito qualcosa?-

-Niente di niente…e forse è un bene…-

-Sono polmoni forti, se si avvertono da qui-

-E spaventati…la paura è una buona alleata, se non ci riguarda.-

-Il punto è cosa gliela incute: ci troviamo di fronte all’animale braccato, il predatore invece…là!-

Dalla pannosa fuliggine si delineò una forma, una sorta di sinuoso fauno agghindato con una spessa armatura di fiori; un’immagine che la Scatoletta aveva mandato una manciata di volte negli ultimi giorni, senza colpire particolarmente il loro interesse.

-L’Oracolo cercava di avvertirci…-

-O siamo noi che vogliamo convincerne…-

Come sentendo queste parole, l’essere si tramutò in cavallo e cavaliere, entrambi di grossa stazza e indubbiamente malridotti. Il destriero, dal manto un tempo marrone, perdeva copiosamente cascate di bava dalla bocca e i suoi occhi lampeggiavano come prossimi a schizzare sul manto argenteo, mentre l’uomo, o gigante, aveva le vestigia a brandelli. I residui che un tempo dovevano aiutare la sua stazza nell’evocare terrore e rispetto erano d’un nero profondo, creando un fortissimo contrasto con la sua pelle di ghiaccio e la corta chioma d’avorio. Non concentrandosi, tanto cute e neve si confondevano, sembrava che la corazza avesse scelto la vita, stanca d’aspettare un guerriero.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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