Il Cantico di Pietra – Aria e terra 3

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Il Cantico di Pietra – Aria e terra 3

Il Cantico di Pietra – Aria e terra 3

I reporter stavano compilando il resoconto dell’eroica resistenza di 2000 giovani valorosi ad un feroce accerchiamento, sfasandone con pathos i contorni, lustrando i volti fieri nel cadere senza mai porgere la spalle; una piramide di devozione, questa l’immagine, tornita da ritocchi e filmati che della realtà avevano qualche colore, niente più. A pochi metri da loro la colonna di condannati si stava lentamente componendo per dirigersi verso piazza Nostrani; ufficialmente per riprendere un fortilizio, perso anni addietro in teoria per insubordinazione e in pratica perché congeniale ad una stasi che non insospettisse le truppe e in maggior ragione i veterani, indolenti sempre più impegnati a rivendicare rappresentanza e considerazione.

Si muovevano con una marcia perfetta, fresca fresca da accademia e ardore inguinale, le tenute lustrate al meglio con orpelli sfilanti, un tributo a quella maestosa arte di togliere una vita e per questo di una perfetta inutilità; le armature da parata non sono armature, ma vestigia che sublimano l’atto guerriero alla stregua di una tunica candida che evoca purezza, nulla oltre. Ma per questo lo spettacolo scuote, anche se non è la prima volta e non le è nuovo mandare al macero inizi di libri di carne. Si muovono come una mandria impettita in una funebre parata, e lei, il corpetto inciso tanto sublimemente da esser costato diverse viste e dita, la gonna bordò in contrasto con i capelli raccolti come continuazione della gorgiera, sembra il grande anfitrione, l’ammaestratore che incanta con promesse ed esplosioni bambini su bambine. Li osserva dall’alto, fiera e facendo cadere lo sguardo con calma regale e inebriata…anche se fittizio ed inutile,  le piace quella baraonda di pavoni illibati; pugne di massa erano un ricordo lontano, e ogni occasione di sfarzo, anche se si stava celebrando una carneficina, era ben accetta, un diversivo dalla solita, sanguinosa e artificiale routine; per un attimo non vide che grasse mucche che muggivano in sosta davanti un cielo di cartapesta, con dietro un mattatoio che iniziava a sgranchirsi le lame e scuotere i rulli; con questi pensieri, segno che la vecchiaia l’aveva ormai corrotta togliendole qualsiasi legittimità di portarla, aveva ormai imparato a convivere.

Il cielo era dilaniato in più mondi, come un essere le cui grande battaglie sono interiori e furoreggianti sono i fuochi con cui esse lo consumano. Gli edifici rispendevano, toccati da un sole inesistente o che a nascondino giocava tra le nubi, quasi avessero fatto degli enormi ritagli di foto in giorni luminosi e poi li avessero adagiati sui corrispettivi reali. Il reale, appunto, aveva all’opposto una cupola di temporale e blu profondo…il segno che una decisione è già stata presa, e quel serpente verde di cucciolo silvestre avrà l’effetto che la gomitata di un uomo ottiene sulla saggia scorza di una montagna.

Il frastuono con cui i soldati si fermano sotto di lei, riempiendo la square principale, per un attimo scuote la terra peggio di quel concerto nel Wes…

NOOOOOOOOOOO!

Peggio di una leviatiana madre a cui hanno sottratto la nidiata. I capi si alzano, in adorazione di tanto fascino e potere, quella schiavitù per cui ogni uomo rinuncerebbe grato ad ogni sua libertà; tanto di inventarne di nuove e con piacere rigettarle; tanto che…

NOOOOOOOOOOOOOOOO!

Con un gesto indica in direzione dell’area da presiedere.

-Arakaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!-

Non urla, ma il suo eco si propaganda come fiumi di miele nelle giovani orecchie, tra i gracili ed equilibrati corpi. I volantini, le gracchianti radio e i murales della propaganda dell’entità avevano tratto molta ispirazione da quell’aura fin troppo raffinata: gli “effeminati”,  i “senzapalle” e  le “bellezze” non si contavano, eppure erano solo degli imberbi, così sfortunati da nascere in un eden con i posti numerati; probabilmente, lasciati a loro stessi, avrebbero anche potuto controbattere e persino vincere ciò che gli spettava, ma con quelle misure la totale disfatta era matematicamente assicurata. Lei non sbagliava mai i calcoli.

In risposta un oceano compatto di mani si alza. E vanno…peggio di quei film ambientati nella Cina imperiale in cui…

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!

Formiche che seguono l’autorità, una mente collettiva solo più acerba e miope: forse è davvero chiaro chi sia l’evoluzione.

-La tua non è credibile apatia; se così non fosse, ti ribelleresti…-

Aghathon le si affiancò. Non era cambiato, tranne per la carnagione più livida e una cicatrice a croce che gli dominava la fronte.

-Puoi credere siano insetti quanto vuoi, ma questi insetti ti stanno infiacchendo…il resto della tua gente…-

-…mi tratta con disprezzo, sebbene abbia potere di vita e di morte su qualunque cosa nell’arco di miglia…e come posso biasimarli? Il mio puzza di attaccamento alla vita…-

-E lo è?-

-E’ semplicemente destino: potevo essere io al tuo posto in quella galleria, decenni fa…-

-Avresti preferito?-

-No…ti sei perso parecchi momenti divertenti…-

-Ma me ne sono risparmiati diversi di penosi…come è penoso che, di tutte le soluzioni, scegli di vedere il fantasma di un amico per schiariti le idee-

-Mi mancano i miei simili, è una colpa questa? Non c’è ne uno che mi guardi dritto negli occhi…e non è paura, ributta loro la mia pelle…- passò il dorso di una mano sulla guancia, crisalide, -…ormai la cute morta di un mostro che non accetta il razionale corso degli eventi…-

-La muta è un processo obbligato, non dovresti averne così paura…ribellati, non c’è nessuna fedeltà o patto da mantenere, nessun ideale e molta, moltissima noia…vai con questi baldi armigeri, salvali sul più bello apparendo come una dea, denuncia con orrore il triangolo…scuoti un po’ questo spettacolo, il distacco ce l’hai, i muscoli pure…-

Si appoggiò sul leggio –non ho energia, Gar…sono vuota…e anche insorgessi, poi cosa mi attende?-

-Un tempo eravamo tutt’uno con la morte, la accettavamo…ci sono fin troppi modi di cadere, pur continuando l’inutile gioco dei respiri: ritrova quel tempo, Alaya, ritrovalo subito.-

 Allentò il corpetto, e un fiume d’ossigeno la investi facendola inarcare la schiena.

-Troppi scricchioli per le mie glorie…forse hai ragione. Forse possiamo riprendere da dove abbiamo finito. Forse, oltre Tienne, c’è qualche altro campo, qualche altra conquista…li potrei trovare una degna pace, senza pensieri o timori…cercare la spinta è la spinta stessa…-

-Sì, mia signora, così si parla…-

-Potremmo ridiventare quelle bande di razziatori, catalizzatori della storia e vaccini per le mancanze dell’uomo…potrei ricordarmi come ci si getta verso un muro di lame cantando…-

-Te lo stai ricordando solo iniziando a pensare così…armati Alaya; affila il tuo corpo, e butta le cianfrusaglie che lo soffocano; scendi con la guardia d’onore e travolgi l’entità, sradica le sue api burattine, impera finalmente su questa landa dimenticata dagli Dei…-

-E potrei…-

-Potresti purgare l’esercito dalle spie dell’oligarchia, inviare falsi comunicati, dipingere una realtà consona ai tuoi propositi…-

-Sì…- lentamente la seta e i broccati scivolarono a terra. Gli ufficiali attorno iniziarono a mormorare.

-Immagino che questo sia un addio, Alaya…-

“Oh no”,  -Il mio corredo di gioventù, ora! E bloccate gli amanuensi – “solo un arrivederci Gar…”.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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