Killer Joe di William Friedkin

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Killer Joe di William Friedkin

Il Mestiere di Friedkin

Grazie alla Bolero Film arriva nelle sale italiane l’ultimo film di William Friedkin che, dopo il passaggio veneziano l’anno scorso, temevamo non sarebbe mai stato distribuito in Italia.

Si tende spesso a dimenticarsene ma c’è stato un momento in cui Friedkin è stato probabilmente il regista più potente al mondo. Fu esattamente dopo l’enorme successo de L’Esorcista, che seguiva di solo due anni i cinque Oscar vinti con Il Braccio Violento Della Legge. Con Spielberg e Lucas ancora in gestazione, Coppola che preparava La Conversazione e Scorsese ancora lontano dalla vittoria a Cannes con Taxi Driver, Friedkin fu il regista che per primo seppe reinventare i generi classici americani, riadattandoli ai tempi, mostrando una straordinaria sintonia con i gusti del pubblico e un’ambiguità morale che, a conti fatti, resta il marchio distintivo più significativo del suo cinema.

Cosa è rimasto di tutto questo quasi 40 annidopo (e nessun successo commerciale paragonabile ai due film sopra citati)? Un grande mestiere che qui si esercita con un testo teatrale scritto da nel 1993 da Tracy Letts, un autore con il quale il regista si era già confrontando nell’adattamento del più riuscito Bug.

E’ fuori discussione la capacità di Friedkin di dare forma all’immaginario grottesco e sopra le righe del testo di Letts ed è innegabile il divertimento spettatoriale davanti alla vicenda di una bizzarra famiglia che, per pagare un debito, decide di assoldare un killer a pagamento per uccidere la loro madre, separata dal padre, e intascare così i soldi dell’assicurazione sulla vita.

Una divertente e intelligente operazione pulp i cui limiti vanno riscontrati forse nell’essere stata scritta nel 1993: ai tempi l’innesto di cinismo e umorismo nero calato nella eternamente sonnolenta provincia americana poteva ancora essere qualcosa di originale, stimolante, potente.

Nel 2012, dopo Tarantino, i Coen fino ad arrivare ai debolissimi Guy Ritchie, Danny Boyle e loro epigoni, un grottesco così deliberato rischia di sembrare troppo costruito a tavolino per risultare davvero produttivo.

La deflagrante ambiguità morale dei personaggi di Friedkin può splendere solo pallidamente in caratteri come quello di Chris Smith (Emile Hirsch) che progetta di uccidere la madre, o in sua sorella Dottie che, in stato catatonico, sottoveste e sguardo assente, dà la sua approvazione alla proposta del fratello (scatenando la risata del pubblico).

I limiti di Killer Joe sono tutti qui: in un umorismo nero che è ormai diventato linguaggio quotidiano e che smorza la forza del regista portandolo a sfiorare la maniera (l’ormai celebre scena di sesso orale con una coscia di pollo è troppo “originale” per non destare il sospetto sia stata architettata per generare un piccolo caso).

E il dispiacere è maggiore perché, sotto la sua patina superficiale, sembra emergere ogni tanto il puro talento di Friedkin: la scoperta da parte di Dottie (la bravissima Juno Temple) di essere stata consegnata a Killer Joe dalla sua famiglia come caparra per l’omicidio della madre; la resa dei conti tra la madre e il Killer; lo squallore che emerge dagli ambienti, dai locali, dalle insegne al neon, sono tutti momenti sinceri, squarci di visioni che ci sembrano autentici e assai più incisivi del generale andamento scanzonato del film.

Non si tratta di fare un processo all’ironia, quanto notare che uno stile più duro, diretto, “friedkiano”, avrebbe dato più forza a quella che resta invece soltanto una divertente commedia nera.

Nulla di male per uno dei massimi talenti del cinema americano, nel frattempo arrivato settantasette anni, di cui è un piacere ritrovare le strutture ellittiche, le esplosioni di violenza, la magistrale organizzazione dello spazio.

Un Friedkin di puro mestiere che ricorda, mutatis mutandis, l’Arthur Penn di Target: un esercizio godibile, brillante, intelligente. Ma Vivere e Morire a Los Angeles o Crusing sono un’altra cosa.

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