Relazioni [pericolose]. Alienazione e sensi: il pericolo dell’Altro.

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Relazioni [pericolose]. Alienazione e sensi: il pericolo dell’Altro.

Spellbound Contemporary Ballet al Teatro Vascello di Roma.

La platea buia e silenziosa di un teatro sembra un rifugio sicuro. Le invisibili barriere tra poltrone pericolosamente vicine distorcono la percezione del comune contesto e disegnano le pareti di un nascondiglio invisibile tra decine di corpi simili e sconosciuti. Nel torpore plumbeo dell’attesa il turbamento nasce da uno sguardo che scuote e inquieta più del contatto. Danzatrici severe dall’espressione torva si mimetizzano nel comune grigiore della platea anonima e il rassicurante velo di protezione che neutralizzava la paura dell’incontro si solleva inclemente. Esposti alla minaccia di sguardi insistenti, gli spettatori sono già vittime del sospetto, inconsapevoli attori di una relazione già in atto, imputati involontari di un reato già compiuto. Non più osservatore distante ma pedina di una scacchiera instabile della quale ignora le regole di movimento, il pubblico è intrappolato in uno spazio oscuro che solo apparentemente e per brevi attimi riesce a rievocare immagini note di luoghi quotidiani e universalmente confortanti. La speranza che un divano, un forno, tavoli e sedie, siano il placido sfondo di pacifici incontri o il più comune domestico quadro dell’abitudine umana, si sgretola in fretta quando la prima e unica ballerina in scena siede rassegnata e sola sull’ampio divano chiaro, svelando improvvisamente la desolazione e le insidie di un ambiente buio e troppo ampio. Quando la scena si popola di altri danzatori comprendiamo che il pericolo a cui il titolo dello spettacolo paternalisticamente ci prepara è già visibile e inaspettatamente incombente. Non sono solo le liaisons dangereuses  manovrate dalle lettere dei libertini e crudeli personaggi del romanzo di Choderlos de Laclos  a mettere in guardia dallo sfrenato e perverso gioco delle parole ambigue, delle conoscenze sbagliate, della comunicazione deviata; ogni singola relazione, ogni difficile, evitato eppur anelato legame tra uomini contiene e nasconde un originario, inquietante marchio di pericolosità. Le originali idee del coreografo Mauro Astolfi, che prendono corpo attraverso il gesto danzato dei ballerini straordinariamente plasmabili della compagnia Spellbound Contemporary Ballet, sembrano questa volta persino strabordare rispetto ad una scelta stilistica coreografica volutamente contenuta e intelligentemente monocromatica.

Nel totale stravolgimento della trama del romanzo a cui pure la creazione di Astolfi dichiaratamente si ispira, il piano di osservazione si ribalta e il sadico sguardo dell’artista ci costringe indolenti ad un’introspettiva analisi del nostro stesso desiderio mai appagato di una relazione con un Altro che definitivamente ci completi. La casa grigia del palcoscenico di Astolfi si tramuta in quell’immaginario luogo tra la realtà esterna e la percezione interiore in cui prendono vita i demoni della paura e del sospetto e in cui oggetti spigolosi ed ingombranti ostacolano di continuo l’incontro con l’altro o lo costringono a lasciarsi imprigionare nelle posizioni scomode e precarie dell’amore. Le lettere che i ballerini scrivono, in una scena invasa da tavoli e sedie di bauschiana memoria, si perdono nel caotico roteare di corpi che si sfiorano ma non si toccano, si guardano ma non si riconoscono, creando una realtà parallela e vana fatta di diffidenza e alienazione. Gli intrecci e i movimenti dei danzatori sono molteplici e multiformi e ammiriamo l’abilità di Astolfi di scolpire figure tridimensionali con i corpi morbidi di donne e uomini apparentemente allacciati da sempre. Accompagnati da una composizione musicale originale (Notfromearth) che alterna sapientemente classiche e dolci melodie ad insistenti suoni elettronici, rumori e voci di sottofondo, i ballerini conservano un movimento sciolto e continuo interrotto soltanto da rapidi e nervosi gesti di braccia e mani che sembrano scrivere nell’aria le frasi invisibili di infinite lettere mai ricevute nel ripetitivo e vizioso circolo della comunicazione. In un gioco coreografico prepotentemente terreno i ballerini esplorano una gestualità che si dilata in orizzontale, che ignora la dimensione aerea e che si scontra con oggetti di scena che, diversamente da altre produzioni del coreografo, perdono la capacità (o forse la volontà) di interagire con i ballerini per mostrarsi terribilmente concreti e crudeli nella propria natura di ostacoli, sì mobili e cangianti ma pur sempre invalicabili (meraviglioso l’utilizzo dei tavoli sovrapposti fino a tramutarsi in un minaccioso muro che avanza inesorabile e che si apre infine in ampi cassetti che fagocitano donne, uomini e abbracci sensuali). Il disegno luci di Marco Policastro ben si sposa con l’atmosfera cupa e con gli abiti scuri dei danzatori e ne potenzia la bellezza in movimento evidenziando la pelle dorata di gambe sinuose, piedi arcuati e mani nervose. Ed è proprio la luce che ci suggerisce, in un quadro di totale e grigia alienazione e disillusione, una possibile via di fuga: è la luce che timidamente filtra da persiane invisibili, è la stessa luce abbagliante che avvolge i ballerini quando entrano in scena e che resta intrappolata fuori da una porta ben visibile sullo sfondo. E’ forse un silenzioso suggerimento, un’invisibile cartello che ci indica la direzione giusta? E’ un invito a guardare, a conoscere, ad illuminare l’Altro perché ci riconosca e infine ci identifichi?

Mauro Astolfi stupisce di nuovo e questa volta non solo grazie al virtuosismo dei suoi ballerini o all’originale ricerca sul movimento ma anche per l’audace proposta di indagine filosofica sui rapporti umani e sulle vie tortuose della comunicazione; una visione ricca di spunti ed interrogativi che si impossessa dello spettatore e che arricchisce il già fecondo repertorio della Spellbound di una produzione decisamente riuscita e interessante.

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