Il Cantico di Pietra – Quarto Fuoco

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Il Cantico di Pietra – Quarto Fuoco

Il Cantico di Pietra – Quarto Fuoco

FION se ne sta supino, tassello d’un pavimento di corpi con leggera increspatura d’agonia. Fissa su di sé ciò che nel bene o nel male lo grazierà dal male del bene senza sbalzi particolari erogato imperterrito. Una traiettoria lentissima, tipo momento culmine sul bene o sul male d’una rappresentazione filoguidata, o è solo l’essere prossimi all’annientamento che acuisce le sue percezioni.

Non siamo neanche ad un quarto dell’omicida tragitto, ed il ronzio d’alcuni scavatori che attorniano l’invasore si scopre fisico, batteria di collera che squarcia la terra e sconvolge le definizioni d’ogni ente che passa, non conta se colpevole o innocente; coraggiosi se v’è necessità, e superiori a noi giusto il nostro motivo d’essere…una vera fortuna averlo scoperto ora, rivelazione da distruggere le già scarse riserve d’autostima privandoci del dono di freschi fondi d’anice e bottiglia. Nel duello della vita si prevede sempre per direzioni impeccabili e piani ristretti: il condottiero che dimentica le vie di rifornimento, l’aviatore che prende per buono il silenzio dell’antiaerea, lo spadaccino che svilisce un corso d’acqua; non una visione totale, lasciata germogliare anche su suolo più impervio, sofferta e divincolata nei cunicoli che portano alla consapevolezza. E così cadiamo in una stoccata banale, magari convinta e strusciata sulla nostra elegante parata da cerimoniale. L’anima s’allena come il fisico, la felicità come la tristezza. Farci elemento o animale vieta il nostro essere Uno. Le proiezioni sono gradini, non mete, non luoghi di riposo. E per quanto contorta, questa strada porta un solo nome.

Metà, e subentra il fruscio delle lance a battere come pioggia furente su un cuore arso, trascinato formicolio bollente che si propaga su urla sconosciute, vibrazioni incontrollate. Urla. Anche lui si ritrova ad urlare, urlare a squarciagola o comunque spalancare la bocca, gettare all’esterno l’ultima forza perché serva a qualcosa, compia qualcosa o rimanga in qualcosa, piuttosto che rimanere imprigionata nel sarcofago inerme che sarà. Qualcosa cambierà il nostro mondo. Non voler togliere un grammo d’intenzione allo show, sentire la fratellanza proprio quando per i compagni sei imminente passato.

Tre quarti, e appare un braccio fiammeggiante, una cometa da bordi scuri ma dalla linfa accecante, che ugualmente pacato entra in collisione con il colpo, lo placa, poi muggiti e cenni e il mondo di Fion si capovolta in due schiene che flagellano la sua fantasia: le Rose, di Nanoih stecchiti ne ha visti fin troppi e non sarebbero i tipi da eroiche immolazioni individuali, mentre dei piccoli difficilmente potrebbero impensierire giganti del genere. Sì, Rose alla ricerca del riscatto presso il Dio che decise d’esser loro, e che i restanti fossero suoi. Ma non si discute di speranza, concetto sorpassato e attività spesso faticosa e assai meschina per FION. Qui si discute di noia, e Lei torna, accanto lacrime calde forate di calce e dolore. S’impettisce (o tenta di), poi si riempie un po’ d’astio per quell’attesa prolungata, una sorta di mancanza di rispetto che fa male, in veste di terrena sensazione finale.

Ma le sante donne devono essere il fervore in persona: si istaura un tafferuglio, nebulose che s’agitano e nervose frustrate che sconquassano fino alle crepe il teatro già copiosamente franato; le schiene rallentano, avessero trovato un’atmosfera di latte e tempera, e a pochi centimetri nota i bizzarri stivali o zampe o zoccoli impuntarsi, come per sostenere un’imminente forza d’urto che fermenta oscena e ammiccante.

Quel mutismo di cui si parla spesso, e in cui non si capisce mai alcunché.

E arriva.

Fion neppure serra il viso, le ha superate queste cose. Un azzeccato vestito mentale detiene un effetto totale, se opportunamente ricamato e perfettamente su misura. Uno dei due arretra, vacilla rovinoso e all’improvviso vola via, scavalca il suo zenit atterrando rumorosamente al di fuori del campo visivo. L’altro accusa, i dorsali contratti, ma pare tenere e rispondere; il fiero e ostinato muro d’acqua si disperde, gocce si inseguono tra pozzanghere di miasmi.

Il superstite esplode ancora una manciata di buchi neri e si volta, lo fissa per un attimo quasi sorpreso d’essersi lasciato una simile gesta accennata; sbuffa con quei globi abbronzati, allarga il diaframma e abbassa. Parabola sporca, da macellaio. Stavolta in fedele tempo reale. Una sottile valanga di granito. E finalmente il silenzio, vuoto.

P.S.: quel qualcosa siamo noi.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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