Il Cantico di Pietra – Terzo Fuoco

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Il Cantico di Pietra – Terzo Fuoco

IL CANTICO DI PIETRA – TERZO FUOCO


Una corsa. Esegesto, si capisce dal terzo appoggio, inconfondibile per quel suo aderire a metà. Ghiaia mossa, ciottoli che vanno a schiantarsi sui muri, ansiti. Ciò si sente. Solo questo avverti.

L’attimo in cui l’anima va più veloce del corpo, e il dualismo tra i due si prende una prova concreta, per lo meno il quanto il nostro crederlo sia efficace; ti sezioni per carburare meglio, o soffrire meno. E’ un attimo, in cui gli scavatori ritirano gli artigli, e tutto pare impresso su tela prima d’una pioggia di tinta uniforme, mentre il pericolo arriva al cervello e questi inizia a pompare adrenalina e piombo in tutta la periferia. C’è il tempo sufficiente per temere, annusare l’inspirazione della tempesta, focalizzare certe strade contorcersi in vicoli ciechi e materializzare paure che sapevi d’un bimbo straziato. Poi ti guardi correre; calcolare che i tuoi protetti devono essere già usciti dalla galleria e in sprint davanti a te, ad analizzare la posizione; stringere nelle mani la cortina di struzzo del manico e mormorare preghiere sconnesse, senza un destinatario particolare. E durante, pensi a lei. Lei non è bella. Non sempre. Ma in certi momenti racchiude la meraviglia del mondo, e un perché sciorinato sull’onda d’un arco d’erica. Lei non ti rivedrà più. Lei è come tutte le cose vere, non ti colpisce, non ha questo bisogno. In fondo non abbiamo un sole che resti; ma quando getta qualcosa, Lei lo prende. Se no non ci sarebbe luce, almeno per te. Magari sta servendo al tavolo, o seduta fuori tra i fumi del minuscolo pasto, e dal quel ciglio triste teso a sbocciare non ti staccherai, il tuo silenzio volerà tra quelle rughe accennate a capire cosa non sai, quanto non sei. Lontano e a un battito di ciglio, insieme.
E mentre te ne stai lì, assorto, assorbi in un respiro ogni dolce e amaro caduti qui, e ridi increspando impercettibilmente le labbra, dentro assaporando, perché alla fine ne vale la pena: ridi, e non devi orchestrare più, nemmeno sforzarti attraverso giardini di cartapesta e gesti attenti. Niente cambierà. A volte è giusto così, fermarsi; è allora, perché segui il cielo, è allora che muta tutto. E il cielo ora piange sangue.
È vermiglio il sudore, la pietra ferita stenta a mantenersi integra; qua è la fioriscono fiori carminio di grida e compassione. Arrivi all’origine.
E’ già iniziato.
FION è un guerriero modesto: i palmi sudano ed il contatto con il presente vago, eppure non serve aspettare, è l’espirazione che lo butta oltre l’arcata, dove il grigio perse: sei curioso di sapere se ciò che hai appreso, quello che sei, possa servire, e non esistono prove migliori di quando a questa abilità affidi la pelle. In fondo la vera arte, di cui le altre non sono che pallide ombre, è nata per sconfiggere la morte, e andare ben al di là della vita.

Sospendete i pensieri, sollevate questa lettura per quanto concerne la vista, poiché essa è il senso meno richiesto, ora; nulla d’alieno ad un frugale interfaccia, temo. Piuttosto prendete i colori, materie che v’appartengono intime e indivise, e rendeteli pregni del crollo della terra, di catene e affreschi; poi il profumo di mandorle mentre la sete vi toglie il senno, ed il formicolio bianco della fronte quando capite certi regni, e non riuscite ad esistervi. Infine il tremolio brutale del braccio che s’alza a parare un fascio di pura luce smeraldo, l’altro che corre all’indietro cercando un appoggio. Poi macchie inconsulte d’esseri che la mente rifiuta di concepire, ma i cadaveri straziati dei tuoi compagni no, affatto. Sono inarrestabili, precisi. I vari avamposti ardono d’un fuoco azzurro, e le poche badesse in piedi sono già isolate e coperte d’ammaccature, le belle armature filigranate accartocciate come rotti petali appassiti. Lentamente, anche se è l’attimo in cui s’abbatte sul selciato imbrunito, la follia dirada e le figure acquistano contorni: rivestite di cute d’acciaio, occhi a cui il viso si piega, un giallo pescato sopra i nervi che tranciano i loro. Dio era meglio, o forse quel giorno s’era solo messo un vestito migliore. Comunque, il fondo è pungente e viscido, una seconda scarica brillante pronta a calare su di lui e l’intera parte destra paralizzata dall’impeto del primo attacco.
No, non la rivedrà più. Almeno fai presto, che io non inceda su codesto addio. Certa gente ha pure altro da sistemare, al di là del leggere e darsi a storie assurde. Che poi un romanticismo sul finire rovina l’epos d’interi capitoli, e con ripercussioni inoltre del tutto gratuite.
Una vallata di more.


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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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