Il Cantico di Pietra – Terzo Interludio

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Il Cantico di Pietra – Terzo Interludio

Il Cantico di Pietra – Terzo Interludio

Oceano di Foglie

Ormai non distingueva più i lineamenti degli uomini; i venti, sgorgati placidamente dai muschi dispersi, avevano trovato un ferrigno abisso sull’armata, e i colori si mescolavano fino a renderla un miscuglio di chiazze sudate, un miraggio pateticamente soffiato di materia. Andavano ad un trotto leggero, quasi trattenuto; il sole era alto e possente, il freddo avevo reso aridi i frammenti sotto le membra del suo Kasho, e non voleva stringere il già scarso e malfermo vigore rimasto nei pallidi e acerbi visi dei suoi uomini.

Le donne e gli infanti erano rimasti all’ultimo approdo, otto cerchi concentrici dall’altezza ascendente sfrontatamente emersi dalla polvere. “Quattro mura divengono sempre un sepolcro, questione d’eoni e sorti” meditò. Era quella la via dei padri, e l’unica concessa ai figli. Ma vagavano da troppo ormai: negli orizzonti non apparivano zoi o risorse per interi archi di luna, né tanto meno guglie tra i cirri senza forma, gettati nell’irregolare linea del visibile. Gli imberbi non avrebbero avuto il tempo di crescere: la città stava finendo convulsamente i propri giorni, il canto delle foglie non mentiva. Se così doveva essere, avrebbe mosso l’intera legione verso le fronde stesse; che esse accogliessero i loro corpi, non i corvi e nemmeno la derisione dei nemici.

Panto apparve al suo fianco, ancora il tanfo di resina dalla notte passata. Il suo volto era un crocevia dalle molte e assurde vie: uomini iena, pupille scalze, lacrime ardenti, figli d’onice…e altri ancora che mai era riuscito a decifrare. Era un ragazzo massiccio, dal ventre sformato in contrasto con i pettorali possenti, che per i natali l’avrebbe seguito ovunque, fosse stata l’intera Corte Nera a loro innanzi. Mentre aspettava la sua attenzione continuava a ticchettare convulsamente le dita nell’aria, appoggiato al collo possente del suo Fen. Le vesciche dell’animale si spargevano sul timo come reti in un mare raffermo: attraverso i lucidi canali s’inarcavano vibrazioni che fluivano al giovane sottoforma di minuscoli brividi sottocutanei, una dolia continua che in molti avevano pagato col prezzo più alto; tuttavia, non se l’era sentita di negargli quel capriccio, non dopo la presa di Tienne, quando spalla a spalla annientarono la guardia del Giudice, ed il Giudice stesso. E poi, ad un certo guado, il destino diviene un intimo duello, e assoluto. Le tue spalle non possono che reggere un mondo.

Eppure, quei tempi di gloria e festa erano lontani, distorti. Il ragazzo avrebbe riportato le solite lamentele dei capi più codardi, e i silenzi di quelli più iracondi. Estremamente lontani.

Girò il collo, saltando con lo sguardo quello dell’attendente:

-Quanto?-

-Se proseguiamo, credo tre giorni. Poi insorgeranno, anche con i deboli a Eyin.-

-Due giorni, Panto…le strisce sotto le avanguardie sono identiche a quelle del fronte mediano…cosa mai potrebbe unirli, se non i dolci propositi in serbo per me? –

-Avresti il mio braccio, ed il tuo anello…-

-E aprirci la strada da tonnellate di carne emaciata? E per andare dove? Ho detto due giorni, e due giorni ci rimangono…e credo che solo una Cattedrale dei Neri potrebbe placarli.-

Ma una Cattedrale sarebbe stato un dono tale da cancellare la nomea del caso, e di un unico dio.

Un giorno passò, e nessuno osò disturbarlo. La sua genia poteva rimaner sospesa per mesi e non baciare la terra come la bocca non mangiare il cielo, il suo Kasho era in grado di sprofondare nel terreno con la stessa abilità del fluire tra le matrone di steli, eppure la fine aleggiava papabile: i precursori erano tornati taciturni, impegnando assai concentrazione a non incrociare i loro occhi con i suoi, mentre nel sonno scintille di pianto scappavano fragorose, facendo risuonare il verde ed il rosso delle felci in una melodia densa e senza fine, per quanto un’asciutta frontiera ella portasse in quell’attimo eterno, crudelmente dilatato. Il suo ritmo, un ritmo trascinato e opaco, rimaneva a scandire la scia. Il vento cambiava direzione ad ogni manciata di respiri, e portava nient’altro che cenere, il profumo dei morti. Era ciò il sale dell’oceano di foglie, i morti. Una visione calda, pratica, priva di incertezze, con cui calavano impavidi sulle roccaforti dei Signori, tra gl’artifici e le magie, immersi nei gridi di pietà, nel timore, nel vuoto dell’esperito.

Erano sparuti ed incerti, i Signori, insicuri involucri di timore e perfidia, una delle peggiori delle accoppiate; quando le porte delle loro residenze cedevano, i più si dondolavano sui turpi Veleni, sui propri artefatti modi di vivere e dare senso, ripetendoli fino a che il suo braccio dava loro l’eterna misericordia: parole morte, di un individuo morto. Quando ti poni mille domande, allora solo mille risposte ti salveranno. Ma se è uno il quesito, uno è il frutto. Tuttavia, la solitudine della rigogliosa desolazione non avrebbe prolungato il suo canto vitale, splendido in tale semplicità. Un altro dì, forse. Forse no: una rupe di nubi negò loro il tramonto, e quando capirono lui capì.

Diede un colpo tremendo al fianco della creatura, e partì sotto gl’agonizzanti residui del giorno. Un’ultima cavalcata, prima della fame, e dopo la paura.

Uno scintillio. Poteva essere una rugiada incolta nella splendida indifferenza del creato, quanto il guizzo d’alabastro di una rosacea attenzione, incipriata di nero e profumata di vermiglio infinito. Non controllò. Fermò solo l’animale, e con esso il torrente impetuoso ancora roboante alle spalle. S’inginocchiò, i piedi si saldarono all’aroma degli alberi andati, e del giallo riflesso nella volta ancestrale fin dove l’atmosfera non aveva solcato aliene e flebili pianure. Chinò lo sguardo. Dipendeva da come lo avrebbe fatto, da ciò che sarebbe brillato ai loro occhi. Pensò a quando tutto divenne sbagliato, a quando i figli nascevano bastardi ai padri, e i padri accecavano i figli dalla vergogna per l’inferno lasciato. Riudì i roghi, le fughe, i nuovi ordini e l’abolizione dello scritto, della norma, del codice. Sentì il profumo della carne fumante degl’avi, mentre i giudici, chiamati anche i Neri, i Signori della legge, li irridevano tra gli orridi supplizi. Sognò le loro dimore, le Cattedrali, titaniche e brune città dalle radici nervose, sempre in movimento, sempre a caccia, sempre in fuga. Desiderò un soffio d’acqua, per lui e per lui solo. Incrociò lame e rabbia con ogni magister nelle funeree bardature, e risentì ogni morte, ogni dono alla Madre. E infine vide solo Lei, la marea di petali, l’onda quieta e calda che li aveva perdonati, assolti, destati. Vide la sua gente, stanca e irosa. E vide la loro sete, un urlo gettato alla cancrena del mondo. Decise. Era alabastro.

Alzò il pugno.

Ed il torrente divenne tempesta.

Loro avevano la disciplina, e traevano tutto dalla distanza: il rapimento gl’insegnò questo, e poco altro. Lo avevano circondato e sedato per qualche minuto, ma per ottenebrargli la mente ci voleva ben altro, lo stesso per infliggergli un minimo apprezzabile dolore. Aspettando il momento, li aveva visti muovere pedine su mappe fin troppo dettagliate, studiare piani, calcolare piedi. Poi si era stancato.

Per i Lex, la lontananza era un dono, e l’uniformità la tattica prediletta. Potevi capire vita, vizi e imprese con un rapido scorcio dell’armatura. Riuscivi a indovinarne i movimenti, facile come prevedere le membra di un gigantesco elefante in agonia. La lunga distesa li rendeva spavaldi e sicuri, quanto vedere i propri avversari sottoforma di puntini; fosse il banale gioco di bimbi persi nel dominare le stelle e con esse disegnare. Che facessero pure, che si gingillassero con i residui scampati agli incendi, e affidassero le vite ad armi senza anima…che nervosi caricassero, sputassero, ricaricassero, fino a sfinirsi…mentre la paura cresceva, e le dita sudice iniziavano a tradire. Perché li avrebbero raggiunti. Tutti. Dal più giovane al più vecchio. Dal più codardo, al più coraggioso.

L’alabastro si era fuso in un colossale fungo capovolto galleggiante nell’aria. Il gambo pareva un camino da cui sgorgava incessante un arcobaleno distorto, che faceva ritrarre la sabbia e, nelle vicinanze, apparire fiori di rame e ottasio.

Si accorsero reciprocamente l’uno dell’altro, il bastione e il generale.

La cittadella reagì, ma troppo tardi: quando le sue porte si chiusero, il pugno di Efio si era gia alzato, e la carica partita: un buon auspicio, un grande inizio. Si gettarono come predatori famelici sull’animale sguarnito, dimenticando che da invisibili aperture prendeva a vomitare una pioggia di stelle cattive, fomentando le urla e i nitriti di dolore, entrando nel cuore fermo della tempesta; sentirono appena, sbuffi d’un fringuello ad un oceano contrario. Ogni uomo era una corrente, un re innanzi alla sua vita: era la loro maniera, il loro unico degno principio. Puoi dire ad un uomo come vivere, non come morire. E i più dei suoi non cedevano; sfavillanti colonne di foglie s’innalzarono dietro chi s’inoltrava verso le radici-fonti del nemico, all’unisono con l’aria graffiata da coloro gettati sugl’immensi salici, straripanti dalle cupole e troppo ribelli per qualsiasi muscolo di mura. Panto cavalcava a qualche metro da lui, asta in resta e capelli urlanti nella nitidezza della vittoria. Era un assalto, non un assedio. Affondò gli speroni e saltò con i nugoli di compagni deliranti. Il marmo d’ebano scorse placido, nascondendo crepe e fumi con una molle sobrietà, finché il suo Kasho trovò un appiglio abbastanza largo per issarlo sul parapetto deciso. Allungò gl’arti, e cominciò a scalare. Volti e muggiti sorsero e caddero, giubili e addii nella sgraziata sinfonia di tuoni che percuoteva l’intero maniero, eppure lui continuò. Aggrappandosi ad una mano sola schivò un fratello nell’ultimo sogno, aggrappandosi all’altra finì l’incubo d’un difensore impaziente, usandole assieme arrivò all’estremità corrosa, e la polis si profilò verginea ai suoi piedi, ora incerti nell’assenza di fronde. Una piccola guarnigione s’era predisposta nella piazza centrale, linda e compatta; i civili erano ammassati dentro una sorta di gigantesco chiostro, a togliersi vicendevolmente la vita. Reagivano sempre nello stesso identico modo. Per questo li odiava così tanto: non ce n’era uno che morisse veramente.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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