The Bourne Legacy di Tony Gilroy

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The Bourne Legacy di Tony Gilroy

Non ne Resterà Soltanto Uno: la Rinascita della Serie di Bourne con Jeremy Renner e Tony Gilroy

Nell’aprile 2010, alcuni stagioni dopo la decisione di Paul Greengrass e Matt Damon, rispettivamente regista dei due sequel e protagonista della trilogia nei panni di Jason Bourne, di non prendere parte al nuovo capitolo cinematografico dedicato al personaggio nato dalla penna di Robert Ludlum, i produttori, convinti a non mollare la presa sul fortunato franchise, hanno incontrato lo sceneggiatore ufficiale della serie Tony Gilroy per offrirgli di dare una continuità alla storia, tenendo ben presente l’impossibilità di appoggiarsi a un altro romanzo, dovuta alla dipartita dello scrittore, ma soprattutto all’assenza forzata del personaggio chiave e dell’attore che lo ha sempre interpretato. Decisamente una bella gatta da pelare e una sfida non da poco per Gilroy, chiamato non solo a trovare il cavillo drammaturgico per proseguire a esplorare il mondo che lui stesso aveva contribuito a portare sul grande schermo a partire dal 2002 (il primo tentativo però risale al 1988 con Identità bruciata di Robert Young), quello dell’ex agente della CIA senza memoria al centro di una vera e propria cospirazione, inaugurando di fatto un nuovo modo di fare e concepire il thriller di spionaggio al cinema, ma anche a ereditare il testimone dietro la macchina da presa dai predecessori Doug Liman e il già citato Paul Greengrass.

Una scelta a nostro avviso giusta, quella di affidare tutto il pacchetto a Gilroy, forse la più sensata che si potesse prendere per proseguire l’operazione, probabilmente l’unica da sposare per dare continuità sui versanti narrativi, stilistici e soprattutto produttivi. Chi, infatti, poteva conoscere la storia, i personaggi e l’approccio visivo alla materia scritta e trasposta, meglio di lui? Nessuno è la risposta più scontata che si possa dare a una simile domanda, così come appare scontata e naturale la scelta di affidare al celebre sceneggiatore anche la regia, lui che in precedenza si era già misurato con il ruolo dirigendo gli apprezzati Michael Clayton (ben sette nomination all’Oscar) e Duplicity.

Nasce così dalle ceneri della trilogia, The Bourne Legacy, sulla carta il quarto capitolo della saga, dunque un sequel a tutti gli effetti, ma tecnicamente parlando una soluzione ibrida che mescola lo spin-off (si mette sullo sfondo quello che è stato e si sposta l’attenzione su qualcos’altro) al reboot (resettare e riavviare la storia) che va tanto di moda in quel di Hollywood nell’ultimo decennio. Più semplicemente, ciò che è stato partorito dalla mente di Gilroy è una vicenda che scorre in parallelo, cucendo alcuni fili drammaturgici con il passato e il personaggio di Bourne, espandendo di fatto la saga con una storia originale che allarga gli orizzonti del plot iniziale e mette in luce una cospirazione ancora più vasta. La soluzione per uscire dall’empasse era dunque quella di creare una serie di circostanze per riallacciare in qualche modo i fili del discorso interrotto con la scomparsa di Bourne in The Bourne Ultimatum, proprio quando era sul punto di rendere noti i crimini del governo statunitense e i segreti del programma top secret al quale aveva preso parte, il Treadstone. In tal senso, The Bourne Legacy apre nuovamente il sipario sulla scena per rivelare un ulteriore intrigo, una storia complessa e un nuovo eroe che deve combattere per restare in vita quando il suo programma diventa improvvisamente un problema. La matassa da sciogliere era legata soprattutto alla natura del protagonista, come del resto era facile prevedere, visto che il fattore vincente che ha separato sin dal principio i film su Bourne dagli altri action-thriller contemporanei, non è di certo stata la confezione, piuttosto la profondità e la complessità che caratterizzavano e delineavano proprio il personaggio principale. In parole povere, l’importante non era come le vicende venivano mostrate, ma come tutto ciò veniva affrontato di volta in volta da colui che le viveva. Il presupposto per proseguire era dunque quello di partorire un protagonista con uno spessore pari, o quantomeno simile, a quello della trilogia.

Con The Bourne Legacy la soluzione si materializza sullo script e poi sugli schermi attraverso la figura di Aaron Cross, veicolo che ha permesso a Gilroy di spiegare al pubblico che esistono vari programmi di intelligence, che Treadstone è solo uno dei primissimi messi a punto dalla CIA. A differenza di Bourne, Cross è consapevole della sua identità e della sua provenienza: anni prima ha svolto una missione militare in Medio Oriente da cui è tornato ferito. Dopo essere fuggito dallo Yukon, l’agente torna negli Stati Uniti in cerca di uno dei suoi pochi contatti del programma Outcome, l’unico che lo aiuterà a salvarsi la vita: la dottoressa Marta Shearing. Il plot mette in evidenza già due aspetti che si riveleranno fondamentali, nel bene e nel male, per l’esito del film: da una parte l’intelligenza dimostrata da Gilroy in fase di scrittura nel non aver creato un clone di Bourne, peccato che alla saggezza e all’esperienza dimostrate con tale scelta non corrisponde dall’altra parte la nascita di un personaggio, che per spessore e drammaticità, non si avvicina minimamente a quello interpretato da Damon.

Nonostante la decisione di puntare su Jeremy Renner ci sembra particolarmente azzeccata sia per la bravura recitativa che per le caratteristiche fisiche, tenendo anche conto quanto di buono ha fatto vedere fino a questo momento nei ruoli d’azione (da The Hurt Locker a The Town, da The Avengers a Mission Impossible – Protocollo fantasma), purtroppo il personaggio che gli è stato affidato resta cristallizzato e piatto. I suoi conflitti interiori e morali, comprese le traiettorie percorse sulla personale strada dell’espiazione dalle colpe e la ricerca di libertà dalla “schiavitù” farmacologica e militare che aveva accettato entrando nel programma Outcome, non sprigionano abbastanza forza drammaturgica e narrativa, lasciando trasparire solo un potenziale inespresso. A funzionare sono, al contrario, i personaggi secondari, in particolare quelli del colonnello Eric Byer, incaricato di dare la caccia ad Across e impedire la fuga di notizie, ma soprattutto quello della dottoressa Marta Shearing, rispettivamente interpretati da Edward Norton e Rachel Weisz. Quest’ultima, in effetti, rappresenta la vera nota positiva che emerge dalla sceneggiatura di The Bourne Legacy, decisamente non all’altezza delle precedenti (in primis di The Bourne Supremacy che resta la punta di diamante dell’intera operazione su entrambi i fronti, ossia scrittura e messa in quadro). Autentica croce e delizia della trilogia, il personaggio femminile questa volta non è l’elemento di più, bensì l’elemento in più. La Shearing risulta determinante, addirittura finisce con il rubare letteralmente la scena al protagonista e più in generale all’intero cast maschile. Se da un lato, ciò mette nelle condizioni la donna di non essere un optional da chiamare in causa di tanto in tanto come accade abitualmente nel cinema di genere, in particolare quello action, dall’altro il fatto che arrivi addirittura a offuscare in più di una scena il protagonista lascia piuttosto stupefatti al di là della bravura indiscussa e alla presenza magnetica della Weisz, decisamente a suo agio e ispirata nella parte anche grazie alle esperienze de La mummia e di The Constant Gardner. Pensate ad esempio a un James Bond o a un Ethan Hunt messi sotto scacco dall’altro sesso, cosa ne sarebbe del loro destino cinematografico?

Anche se in grado di regalare momenti di forte tensione dialettica ed emozionale (la carneficina degli scienziati per mano del dottor Foite o la visita dei killer a casa della Shearing), il film non ha la stessa capacità dei tre episodi precedenti di tenere incollati gli spettatori alle poltrone, questo perché appare come una copia carbone di quella tipologia di thriller spionistico che era stato e non più leggibile come una duplice metafora: in chiave storico-politica, del pentimento della parte migliore degli americani per i propri crimini imperialistici; in chiave esistenzialistico-kafkiana, della vita come persecuzione insensata ed enigmatica ricerca della propria identità. E nulla pare aver potuto o essere riuscito a fare Gilroy da questo punto di vista.

Diversamente, ciò che viene preservata intatta è la struttura muraria dell’azione adrenalinica, il rimbalzo da location a location, il ritmo serrato e il tono realistico che si è scelto di adottare sin dal primo capitolo, a cominciare dai combattimenti corpo a corpo (la sequenza con il lupo nella foresta innevata) e dalla mancanza di improbabili esplosioni. Le scene d’azione rimangono il pezzo forte del menù e nel caso di The Bourne Legacy valgono da sole il prezzo del biglietto (la pirotecnica fuga dall’hotel di Manila, l’attacco del drone in Alaska), anche se maledettamente fini a se stesse. Per fortuna ci pensano i titoli di coda e l’accompagnamento del brano ufficiale della saga firmato da Moby, Extreme Ways, a farci ritornare la mente ai bei tempi che furono, quelli della trilogia.

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