Il Cantico di Pietra – Quarta aria

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Il Cantico di Pietra – Quarta aria

Il Cantico di Pietra – Quarta aria

Spesso è il sonno agitato a portare i migliori consigli; il problema è tenerli con le dita mentali che abbiamo, farfalle piuttosto dei predatori di cui avremmo bisogno; sembra quasi di arrivare a intuizioni talmente profonde da non essere ammesse; come superare un limite, ed ecco arrivare qualcuno che te le porta via, dicendoti troppo magnifiche, troppo autentiche, e tu troppo umano, troppo qui. Poi ci si sveglia, e non rimane che sabbia scolorita dove prima era forte l’odore di oceano. Frost però è caparbio, una caratteristica diffusa tra la sua gente: qualcosa gli rimane, termini legati da un duro filo ostinato.

Quando il velo sui suoi occhi si alzò ancora ne vedeva dei tratti, mischiati con la realtà: erano colori nuovi su quelli usati, voragini aperte qua e là dal dio dei sogni e per la fretta non perfettamente suturate.

Quando fu sicuro di avere una buona stretta, immerse la testa nella tinozza d’acqua ghiacciata al lato del letto. Scariche di fredde lucidità salirono lungo la cupola della sua mente, poi la tirò fuori, e le gocce stranamente formarono sulle  palpebre una figura; lo fissò con quelle spalle a spiovente e l’aria interrogativa, l’avesse portata lì da chissà quale altro paese e ora chiedesse a Frost il motivo di tale migrazione.

-Perché nell’attesa non è mai cresciuto nessuno…- biascicò tra sé.

-E tu non attendere.- I contorni del Magister prendono a diffondersi sull’ospite. -E’ successo qualcosa, e tu mi accompagnerai.-

Frost si scrollò con una rapida danza del capo l’acqua residua, si infilò in una larga felpa arancione e prese il maglio di ordinanza. Ormai era praticamente sveglio, e i suoi movimenti erano meccanici e quasi privi di pensiero.

Il vecchio lo attendeva fuori dalla porta, sbirciando distratto una delle finestre all’interno; -visto qualcosa di particolare ultimamente?-, chiese indicandone una a caso.

-Il solito…- Frost fece finta di stropicciarsi gli occhi, per nascondere l’inquietudine dovuta al sonno e a quel brusco risveglio, -…che è successo, signore?-

-Non lo so; non ancora. Poco fa Rapsod si è catapultato da me vaneggiando che è cresciuta una nuova montagna sul versante Tier. Ma sinceramente posso escluderlo. Nella maniera più totale. Ma voglio prendere tutte le precauzioni del caso.-

Era assai normale che gli facesse da guardia del corpo, scortandolo durante le lunghe pellegrinazioni per il monte; alla fine non era che un accompagnatore, rappresentando la cosa più vicina ad un guerriero colto che ci fosse nel villaggio e non esistendo nel concreto pericoli da cui difenderlo. Eppure l’altro sembrava irrequieto e lontano dal solito distacco che ostenta chi vanta la massima erudizione, che non è intelligenza ma può aiutarla molto, se presa alle giuste dosi.

In silenzio iniziarono a scendere lungo il sentiero per Tier.

-Ho avuto un’intuizione, Magister-

-Che si evolva, allora. Parlamene.-

-La poca spinta delle nuove leve…-

-Ne discutevamo ieri.-

-Forse ci sarebbe un modo per, ecco, risolvere il problema…non c’è un nemico, un motivo visibile per agire…beh, se questo è il vero ostacolo…- tentennò.

-Non avere paura di esporti: l’audacia è la più grande tra le qualità.-

-Cioè…potremmo colmare noi il vuoto…-

Il Magister si girò di scatto, -intendi ingannare il villaggio?-

-Per il suo bene…il bene di tutti…magari con dei rumori particolari, sagome spaventose…ombre che si muovono…uno spettacolo che svegli la nostra gente, e che ci giustifichi se aumentiamo gli allenamenti e teniamo alta la guardia.-

-Tremende favole della buona notte per adulti…non un’idea malvagia…eppure…-

-Eppure?-

-Eppure tenere in pugno la paura è come tenere in pugno dell’acqua…impossibile…se si tramuta in angoscia, e l’allerta gonfia i nervi…invece dell’armonia arriveremo a scannarci a vicenda…o a essere comandati da sanguinari o pazzi…-

-Nessuno può competere con voi o con gli anziani…-

Il vecchio scoppiò a ridere, un suono limpido che si riserva ai bambini fin troppo ingenui; -sai, figlio mio, quando raggiungi una certa competenza, quella che pensavi ti avrebbe conferito chissà quale dominio…beh, ridimensioni i tuoi sogni: il sapere è niente, solo uno dei mezzi, solo una lente tra le lenti: il creatore deve sacrificare qualcosa dell’erudito; a volte la grande maggioranza. Il conquistatore, l’essere dominante, forse tutto: non sa, quanto sente. E le nozioni anestetizzano…-, Frost lo guardò incerto, -…intendo, addormentano i tuoi sensi…-

-I guerrieri non sanno mantenere la pace.-

-La nostra razza non sa mantenerla…non abbiamo ancora affrontato crisi, e senza le difficoltà non puoi valutare il valore di un potere…tu sei un buon connubio, tuttavia anche un’eccezione…-

-Io…-

-Tuoi simili appaiono in diverse ere: in mano la spada, nell’altra il pennello…che ogni tuo gesto sia arte, e padre e madre della conoscenza stessa…sai, ho cercato per anni una figura che sopportasse il nostro futuro: troppo bassi, troppo tozzi, appariamo nella fantasia dei tempi andati e lacune enormi minano la nostra crescita…eppure tu sei la chiave, o chi a una chiave si avvicina di più; io ti dono la quantità, concetti su concetti…ma sei tu a filtrare, ad applicarli…-

Frost non seppe che dire, e fu la migliore tra le risposte selezionabili. Ma lo comprese solo decenni e incubi più tardi.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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