IL CANTICO DI PIETRA – SECONDA TERRA

Venezia 69, Acciaio di Stefano Mordini
6 Settembre 2012
Venezia 69: The Company You Keep
7 Settembre 2012

IL CANTICO DI PIETRA – SECONDA TERRA

IL CANTICO DI PIETRA – SECONDA TERRA

Dio esiste. E’ la lancinante sirena a stampartelo a fuoco, qualcosa che risuona dal profondo oscuro dell’uomo, ingenerata, precisa, per noi; dall’apocalisse ogni mezza meridiana si riversa ovunque, violenta come la derisione, fredda come la gelosia. E’ questo, l’Onnipotente, colui che allo scoccare dell’anno mille scese nel suo ovile, iracondo, e fece terra bruciata d’anime, di coraggio, di vizi. Solo sopra la pietra la vita poté stentare una risposta; ogni altro materiale, ogni terreno e lago, morte. C’aveva favorito troppo, e noi eravamo risultati mancanti, erosi di bassa, gretta e cenciosa umanità: questa è la versione ufficiale, e si fa poca fatica a crederci. Ha tirato la corda, e tra altri mille anni tornerà a giudicare, senza compassione, solo con quei capelli cascate di platino e gelo e lo spadone di fuoco  il cui calore ancora arde, dove in ere neppure remote correvano bambini e si massacravano adulti. Ma di questo non è sicuro, nessuno si ricorda davvero com’era in precedenza, tanto si rivelasse ora inutile, lontano…e i bambini continuavano a correre, certo non per gioco, e gli adulti a massacrarsi, certo non meno entusiasti di prima.

Il clero si dimostrò l’unica vera risposta: l’anarchia non è fatta per l’uomo, e forse neppure l’ateismo…in fondo l’Innominato tutti l’avevano visto, e s’erano schermati, inginocchiati, disperati…ma alcuno era impazzito, come se quest’universo, in fondo, fosse davvero tutto qui, alla portata della nostra collettiva immaginazione…Fion forse stava lavorando in qualche bottega, forse sedeva su un trono o friniva intento a flagellare carne viva…le gerarchie cambiarono isteriche, un fulmine che porta il giorno, non solo luce.

Le Rose di roccia, con la propria immacolata inflessibilità e quel fervore da televendita predicatrice sotto natale, non trovarono semplicemente rivali, e presero a scorrere usuali e serafiche come l’alba dopo una notte brumosa di guardia.

I savi gridavano, e li lasciarono gridare. Si dipinsero da sé i gradi, e si gonfiarono autonomi la voce. Spesso basta questo per raggiungere il potere. Si chiama Inerzia storica.

Le razze si ritrovarono subito, appena svegliate da un torpore magico o da un cella d’ibernazione andata a male: scioccati come un coniglio di fronte due globi infuocati passati dal mondo fregandosene dell’alba, gli uomini se ne stavano in piedi, a fissare la loro superficie esistenziale; gli invertebrati incontrarono miglior sorte, inculcati in piccole buche scavate di fresco. I nanoih manco s’erano accorti del tutto, ubriachi e in espressione (se cantare oscenità e dipingere con i propri bisogni può far testo). Questo per i Cani di roccia, accomunati da una piazza e qualche viuzza che se ne partiva insensata e confusa, legati dal color giallo basalto, resi forte da una mentalità d’alveare su un albero in fiamme.

Il suono di fine turno non era ancora finito che Fion già tranciava il vapore del proprio respiro, nube temporalesca d’allegria fuori luogo grazie ai bagliori del giorno incipiente. Tuttavia ombre colossali ancora ottenebravano il sonno, e mucchi d’artisti se ne stavano ancora ad imbrattare i muri, finendo con movimenti scattosi i propri panorami e le proprie elucubrazioni; con l’oscurità risultava assai più facile creare, e la gente comune che ne traeva, per così dire, beneficio ed ispirazione, inconsciamente credeva alla magia d’uno spirito notturno, sceso per spronarli, temprar loro il testosterone. Quello che gli capitò era un’immensa battaglia, dove al centro esseri filiformi con armature altrettanto sinuose resistevano eroicamente ad una massa organica indistinta che circondava gl’orizzonti. I colori erano impeccabili, urticanti, passati senza filtro. Te ne stavi li a contemplare, a riempirti lo stomaco rapito da tanta bellezza. Continuiamo perché questo continui, e una storia non si stanchi mai d’essere raccontata. La bellezza è verità. Sempre. Così Fion arriva taciturno e controllato al cambio, osa solo un accenno grave e prende i cunicoli che gli spettano, a controllo di una guarnigione di invertebrati al lavoro. Pinto sarebbe arrivato al turno successivo, quelli come lui dovevano riposare di più.

Conosceva quel posto: era ormai da una settimana che i percorsi non cambiavano, e poteva così osservare meglio tutti i segni di vita vissuta lasciati lì, alcuni a marcire ed altri a fiorire senza un criterio coerente: abbandonati da un altro clan, o dalle opulente e tentacolari civiltà del prima. Mantenne il passo marziale che si usava per stabilire un contatto sonoro con le altre sentinelle che, sotto un gioco ad incastri, non lasciavano nessun fronte o scavatore allo scoperto; una corsa significava convergere all’imboccatura dell’origine, un silenzio prolungato avvicinarsi lentamente e all’unisono con gl’altri, dei quali sapeva a menadito l’andatura. Nel nuovo mondo di roccia ogni suono era assoluto, disciolto dalla cacofonia che qualche verso indistinto ricordava vago, e riuscivi a discernere le note, il lento sciabordio dei ruderi e il respiro d’uno insetto attraverso la seta malconcia d’una casa, qualcosa che potesse accudire nascita e morte. Purezza tra i canali, e nessun attrito a difendere le spoglie mortali dalla cruda espiazione, o da quella sofferta ricerca. Ma come di fronte ad una gelata FION incassava il mento e continuava, abbandonandosi al ritmo del suo incedere, quattro tocchi ripetuti all’infinito mentre il resto scorreva ovattato da muraglie di plexiglass: stendardi sbiaditi, scatole con al centro strani vetri opachi, vermi di metallo dentro involucri dal scintillio ormai perso.

Altere rovine finite con l’indifferenza d’una formica, quella che passeggerà lungo i vostri resti, l’insondabile distanza lungo la corsa della vita, qualitativamente assai relativa, biblicamente stranamente ricettiva.

Le rivoluzioni passano, e niente verrà sconvolto, gambe rotte che imperterrite strisciano e rantolano; l’universo rimane celeste e sidereo, e t’accorgi che niente potrà cambiare nel profondo il vagito del vespro…rimane il crampo d’attesa che Fion culla e odia, in cui la tregua è srotolata come una vallata di more, di quelle che disegna chi vede: una progressione di scale su cui stendersi, con contrappesi che procuri poco a poco perché non puoi fare altro, essendo la necessità ciò che muove l’evoluzione. Il freddo prende il posto del caldo vivo, il caldo vivo dell’umido, l’umido del freddo. E tra essi cascate d’insensibilità, sapendo la tortura che viene, famelica. La gioia scivola raramente, quando adatti a tutti i rumori una melodia, li rendi parte d’un Uno cosicché l’intero mondo parli, non importa di cosa, se sia un lamento o un ghigno…un musical tragico e scanzonato, con allegri apici malsani…oppure scintille di buono danzano sole, e sole la codardia le lascerà danzare. Fion deve essere coraggioso; glielo diceva suo padre, lo ripeteva suo nonno, il suo maestro ne cantava, persino: è il coraggio, non una sensazione ma il controllo sulla sensazione più umana, la paura, a renderci migliori di chi è stato punito. La svolta. E quando apri la mente è solo per avere più spettri da portarti dietro, e poter rispondere con altrettanti te, rafforzandoti. Rafforzandoci. Ma la neve di cenere torna con quella lentezza che annulla i propositi, con la calma che deride queste patetiche prove di vigore. Niente verrà cambiato, e seccheremo a ricordare con affetto la nostra infanzia, invece d’infuriarci perché ci ha fatto divenire così, un mondo tale, nostalgici e nostalgico…ma adesso non c’è futuro, sguardi in alto su questo lunatico sole che a tratti lascia intravedere macchie di stelle, slavato remoto d’impotenza…non c’è avanti; c’è il qui, e basta.

Comments on Facebook
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

Comments are closed.