Venezia 69: To the wonder di Terrence Malick

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Venezia 69: To the wonder di Terrence Malick

Venezia 69: To the wonder di Terrence Malick

To the wonder, alla meraviglia, e in particolare a quella dell’amore nelle sue molteplici sfaccettature. Come spesso accade nel rapportarsi alla sensibilità di Malick, il fascino di una tecnica ineccepibile, fatta di fotografia, inquadrature, movimenti macchina, tempi e musiche capaci di costruire affascinanti sintesi audiovisive, si mescola con una riflessione a tutto tondo sul concetto che il regista si è prefisso di raccontare.

Rispetto alle precedenti opere, To the wonder appare più facilmente approcciabile, quanto meno da un punto di vista narrativo: la storia che fa da canovaccio alle riflessioni proposte sullo schermo è quella dell’amore fra Neil (Ben Affleck) e Marina (Olga Kurylenko), raccontato nelle sue tante evoluzioni, in un compendio che spazia attraverso tutti i possibili stadi: felicità, serenità, rabbia, delusione, apatia, rassegnazione… A corredo della storia principale, Malick pone la vita e la confusione interiore di Padre Quintana (Javier Bardem), a ricordarci che l’amore è anche altro oltre al rapporto di coppia e spazia fino al trascendente, per raggiungere forse la sua forma più alta, certamente la meno sondabile.

La maggiore semplicità d’approccio alla storia principale non inganni lo spettatore: sebbene molto meno di quanto non avvenga, ad esempio, in The tree of life, il risultato che il regista cerca di offrire è sempre quelle di intrecciare i tanti aspetti che compongono una realtà tutt’altro che monolitica e definita, che vive di contraddizioni e trova forti paralllelismi anche nella natura e nelle sue manifestazioni. E’ così che il senso di meraviglia legato all’amore si manifesta nella spensieratezza dell’innamoramento, nei suoi comportamenti “infantili” – e chi più dei bambini è sensibile allo stupore e capace di cogliere la meraviglia? – come anche nel senso di incredulità e dolore che ci coglie nell’accorgerci che un sentimento così potente non ci accompagna più.

L’amore, come detto, non è solo l’amore fra uomo e donna, può assumere tante forme, come l’amore per i figli o, in termini spirituali ancor prima che religiosi, quello per il creato e per il prossimo. Ma anche in questi casi si tratta di uno stato non necessariamente immutabile: così come la Fede può essere messa in discussione, il più bel paesaggio può nascondere insidie, congenite, come le sabbie mobili di Mount Saint Michel, o generate dal rapporto con l’uomo, come l’inquinamento che Neil per lavoro analizza più che combattere. Ogni stato non è mai altro che un momento in un flusso, ma la meraviglia ci può – e forse ci deve – cogliere anche in ragione di questa continua possibilità di cambiamento.

Una condizione sembrerebbe però essere essenziale a cogliere la meraviglia: essere parte attiva, vivere in prima persona e con piena intensità quanto ci si trova di fronte anziché limitarsi a subirlo o ad analizzarlo. In questo Marina – forse la sensibilità femminile tout court – sembra essere avvantaggiata: è lei più di Neil a lasciarsi andare, ad esempio nel cogliere l’intensa bellezza di un cielo dall’orizzonte lontanissimo, spettacolo che Neil è invece portato a spiegare scientificamente, attribuendo a questa spiegazione più valore della cosa in sé..

Le riflessioni indotte dalle posizioni espresse da Malick possono essere più o meno banali, la storia in sé è certamente semplice, ma nel modo in cui lo può essere qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani. La capacità di sintetizzare in due ore di intensa riflessione audiovisiva  è ciò che Malick ha avuto. A noi trovare quella di rintracciare in essa le nostre ragioni per continuare a stupirci.

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Roberto Semprebene
Roberto Semprebene
Appassionato di Cinema e Videogiochi, ha fatto delle sue passioni il proprio lavoro. Ci tiene tantissimo a precisare di essere nato in un giorno palindromo, cosa che probabilmente affascina e stupisce solo lui!

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