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Felicità e Glorie Britanniche alle Olimpiadi

Happy and glorious, recita un verso dell’inno britannico, divenuto motto della casata reale. Felice e glorioso. Gli stessi due aggettivi con cui il presidente del CIO Rogge ha definito le 30ime Olimpiadi dell’era moderna, conclusesi ieri a Londra. E in effetti, nonostante i problemi che i giochi hanno causato alla città, nel commercio, nel traffico, nella sicurezza, nei diritti dei cittadini privi, se così si può dire, di spirito olimpico. Anche l’organizzazione ha impiegato un po’ prima di entrare a regime, così come le imprese sportive, ma di lì in poi Britannia non si è più fermata. Soprattutto agonisticamente: nel medagliere vinto dagli Stati Uniti con 104 medaglie (46 ori, 29 argenti e 29 bronzi) seguiti dalla Cina con 88 (38/27/23), la Gran Bretagna è arrivata 3^ con 65 medaglie (29/17/19).

Segno tanto di una preparazione e motivazione degli atleti esplosa con l’onore di ospitare le Olimpiadi, e anche di una certa simpatia compresa nel prezzo dei giudici (e non può non esserlo, obiettivamente): ne sa qualcosa Cammarelle, che nella finale dei supermassimi si deve accontentare dell’argento a causa di una decisione di parità già discutibile e resa ancora più amara dalla preferenza dei giudici verso l’inglese (e incredulo) Joshua. Il medagliere inoltre apre uno sguardo sull’importanza culturale e politica di uno sport all’interno di una nazione: se la Russia (4^) è uno dei paesi più grandi del mondo assieme ai primi due in classifica, è interessante vedere al 5° posto la Corea de sud, figlia della tradizione comunista dello sport come biglietto da visita del socialismo nel mondo, e che l’Europa è sempre guidata da Germania (6^) e Francia (7^), simbolo di una cultura anche economica dello sport vincente. L’Italia è 8^ con 28 medaglie (8/9/11), ma ha dato l’impressione in molti sport di non essere all’altezza delle innovazioni, delle scuole europee, della cultura necessarie, puntando su talenti preziosi che però andrebbero coltivati con le strutture che i tagli impediscono. Citazione infine per Afghanistan, Bahrein, Hong Kong, Arabia Saudita, Kuwait, Marocco e Tajikistan, ultime con un solo bronzo.

Nella giornata di ieri, con 5 medaglie azzurre si potrebbe parlare di molto: dalla bronzo nella pallavolo maschile, conquistata con orgoglio contro la Bulgaria, all’argento contro la Croazia del titanico Ratko Rudic (alla 4^ vittoria olimpica da allenatore) nella pallanuoto, dal bronzo delle farfalle della ritmica, che solo un errore al 2° esercizio priva di una medaglia più preziosa, al 3° posto di Marco Aurelio Fontana nella mountain, eroico nel terminare parte dell’ultimo giro (2 chilometri) senza sellino, alla bersagliera. Potremmo parlare del Dream Team vincente ma messo alla frusta dalla Spagna dei Gasol fino all’imbattibile Brasile del volley battuto da un Russia che recupera da 0-2 alla vittoria al tie-break in un match splendido. Ma alla fine dei giochi, non si può non parlare della cerimonia di chiusura, della celebrazione sfarzosa, kitsch, auto-incensatoria, ma anche appassionante e intelligente col giocare coi propri luoghi comuni, dell’intera cultura musicale britannica.

Lunghissima e fiacca quando non ci sono sul palco i cantanti dal vivo, è una manifestazione discutibile ed esecrabile quanto si vuole, pacchiana, come i taxi delle redivive e scatenate Spice Girls o Survival dei Muse, e piena di buchi di ritmo, come il flop della voce di Liam Gallagher su Wonderwall: ma i giudizi li sospendiamo volentieri, e anzi ce li dimentichiamo in virtù di 3 tra i momenti più alti del pop in salsa british. Waterloo Sunset cantata da Ray Davies dei Kinks assieme agli 80.000 dello stadio Olimpico, Always Look on th Bright Side of Life inno dei Monty Python (in Brian di Nazareth) cantato da Eric Idle e che ha fatto piangere e ridere contemporaneamente i 4 miliardi di spettatori ipotizzati e il grandissimo finale con Baba O’Riley di The Who, ancora in forma a 70 anni e stupefacenti nel proporre live una delle più grandi canzoni della storia della musica. Di fronte a una superiorità talmente netta in campo musicale, lo sport si fa da parte. E dà l’appuntamento a Rio De Janeiro fra 4 anni, dove il folklore e il pop brasiliano ci fanno decisamente più paura.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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