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Le Leggi della Fisica e la Legge delle Olimpiadi

La corsa come gesto si differenzia dalla marcia per l’esistenza di una frazione di volo, in cui nessuno dei due piedi tocca il terreno. Da una parte, ci sono i fulmini, gli atleti che sfidano i motori, dall’altra invece ci sono i fisici più nervosi, quelli che devono restare bloccati e concentrati, che non possono scaricarsi mai, pena la squalifica. Nel giorno per tradizione dedicato alla marcia, il penultimo delle Olimpiadi con la 20 km donne e la 50 km uomini – la gara più massacrante del programma, della durata di quasi 4 ore – 4 fulmini sono apparsi nel tartan di Londra: Carter, Frater, Blake e Usain Bolt.

I 4 giamaicani hanno vinto la staffetta 4×100 frantumando il record del mondo con un tempo che non ha dell’umano, 36.84. Se i primi 3 passaggi hanno dimostrato l’esplosività dei muscoli caraibici e una buona tecnica ai cambi, quello del già leggendario Bolt fa paura: i suoi piedi la terra non la toccano praticamente mai, anche nel replay, e l’impressione del volo viene confermata dai circa 50 km/h di velocità e dalla lunghezza di ogni falcata, quasi 3 metri con un passo. E nel finale, visto che il 2° non molla, vediamo Bolt non rallentare per la prima volta e metterci tanta grinta quanta è la sua guasconeria. All’America non basta eguagliare il precedente record del mondo di 37.04, è solo argento.

Ci sono anche sport in cui la prestazione del singolo è sottoposta al giudizio di un uomo, che dà un voto o prende una decisione, e sono gli sport delle polemiche: più accese come la ginnastica artistica o ritmica o meno, come nei tuffi. E poi c’è la storia a parte della boxe, sport che da sempre alle Olimpiadi è sinonimo di furti, scandali, combine e mercimonio dei giudizi, nonostante i regolamenti siano più volte cambiati: mentre Russo vince l’argento, perdendo in finale, stanchissimo ma stoico contro l’ucraino Usyk (di Cammarelle vi parleremo domani), la boxe londinese ha collezionato il suo bel numero di giudizi scandalosi se non criminali (mai al livello della finale Jones-Park dell’88, con il presidente della federazione coreana che pagò 10.000 dollari ogni giudice per far vincere un pugile che in 3 round aveva preso 86 colpi). Su tutti, il giudice tedesco licenziato per aver commissionato tre penalità senza motivo a un pugile iraniano, squalificato poi per rimostranze calorose, ma soprattutto l’orribile caso dell’incontro tra l’azero Abdulhamidov e il giapponese Shimizu, il quale dopo aver messo 6 volte al tappeto l’avversario senza che nessuno lo contasse si è visto sconfitto ai punti. Il Giappone fa ricorso e lo vince, il giudice viene mandato a casa e si riapre il caso della federazione dell’Azerbaijan che inonda di oro i giudici delle competizioni internazionali: sarebbe già accaduto al mondiale di Baku, capitale azera, dell’anno scorso, in cui pare che 10 milioni in totale sarebbero stati versati sul conto di alcuni giudici per portare a casa almeno due medaglie d’oro. Storia smentita, ma dopo il caso Shimizu, alcuni giornali inglesi hanno rimestato nella faccenda.

A prova di giudici e vicina all’impresa colossale, è la vittoria di Carlo Molfetta nel taekwondo: contro il mastodonte gabonese Obame. Molfetta, tanto deluso dal fallimento della spedizione ad Atene nel 2004 ci mette un po’ a carburare di nuovo, torna ad allenarsi dopo aver pensato al ritiro e ingrassa, prima delle Olimpiadi, di quasi 8 kg, per non incrociare il suo cammino olimpico con l’amico Sarmiento (bronzo qualche giorno fa). Arriva in finale mostrando classe e concentrazione: all’ultimo incontro però, la superiorità fisica di Obame e la maggior “fame” dell’africano si fanno sentire. 1-6 a fine primo round che diventa 3-9 all’inizio del 2°. Qui parte un’altra gara: che vede Molfetta protagonista di una sorta di manuale della disciplina, degno della rimonta di un film hollywoodiano. Calci e pugni volanti precisi e spettacolare che lo fanno arrivare 9-9 a fine match: il minuto supplementare è un susseguirsi di assalti furiosi da parte di tutti e due i lottatori, senza colpirsi. Si va alle preferenze dei giudici, che per il tasso tecnico espresso preferiscono l’azzurro: uno dei più bei match mai visti, anche a seconda di molti esperti internazionali della disciplina, a dispetto delle arti marziali olimpiche che, per il professionismo agonista e il tecnicismo esasperato, spesso sono attese un po’ noiose.  Molfetta può finalmente esplodere di gioia.

Come il meraviglioso impianto dei tuffi che ieri ha festeggiato il bronzo dell’idolo britannico, forse il volto copertina tra gli olimpici di casa, Tom Daley diciottenne che due anni fa vinse il campionato del mondo e l’anno dopo gli europei, ieri è arrivato 3° in una delle più belle finali del trampolino da 10 metri degli ultimi anni. Il clamore attorno a lui, con camere che BBC e altre reti gli hanno dedicato per tutti i giochi, ha creato un precedente: il primo tuffo – poco riuscito per esecuzione ed entrata in acqua – viene fatto ripetere su richiesta dell’atleta per i flash che gli hanno impedito la preparazione. Gli altri protagonisti di uno splendido “triello” risolto all’ultimo tuffo sono stati il cinese Qiu Bo e un sontuoso David Boudia dall’America. Per dirvi il tasso tecnico, vi basti sapere che il cinese, pur senza essere mai sceso sotto i 90 punti per tuffo e con un 100.8 all’ultimo non riesce a battere il vero erede di Greg Louganis, che piazza un 99.9 e in finale un incredibile 102.6. Quando si da del tu alla perfezione. E Daley che esulta al punteggio conclusivo di Boudia e corre ad abbracciarlo, con il deluso Qiu (uno che nell’ultimo anno e mezzo non aveva mai perso), accovacciato sullo sfondo quasi piangente, è un’altra immagine epitaffio di un’edizione delle Olimpiadi che, per un verso o per l’altro, ci ricorderemo a lungo. Almeno per 4 anni.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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