La Leggenda del Cacciatore di Vampiri di Timur Bekmembatov

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L’Argento Vivo di Bekmembatov

«Io salverei l’Unione. La salverei nella maniera più rapida al cospetto della Costituzione degli Stati Uniti. Prima potrà essere ripristinata l’autorità nazionale, più simile sarà l’Unione “all’Unione che fu”. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione, a meno di non potere allo stesso tempo salvare la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio al riguardo della schiavitù, e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione. Dovrò fermarmi ogni volta che crederò di star facendo qualcosa che rechi danno alla causa, e dovrò impegnarmi di più ogni volta che crederò che fare di più rechi giovamento alla causa. Dovrò provare a correggere gli errori quando dimostreranno d’essere errori; e dovrò adottare nuove vedute non appena mostreranno di essere vedute corrette.»

Si tratta di un breve ma significativo estratto di una lettera inviata da Abraham Lincoln a Horace Greeley datata 22 agosto 1862, nella quale il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo repubblicano, ribadiva con forza, per l’ennesima volta, la sua posizione riguardo alla liberazione dalla schiavitù degli afrostatunitensi, nonostante questa venne messa spesso in discussione allora come nei decenni a seguire da studiosi e storici, tant’è che oggi è ancora oggetto di controversie. La liberazione degli afroamericani dalla schiavitù è pertanto una diretta conseguenza della lotta politica e governativa di Lincoln, che successivamente al suo insediamento si tinse di litri e litri di sangue quando sfociò nella guerra di secessione che lo vide a capo dell’Unione contro la Confederazione dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865, sei giorni prima del suo assassinio.

Questo rispolvero della Storia degna del peggiore dei Bignami serve per catapultare il lettore di turno nella mente di Seth Grahame-Smith, che di quei fatti e del suo protagonista principale ha firmato una rilettura improbabile quanto geniale nel suo romanzo Abraham Lincoln, Vampire Hunter. Decisamente un titolo che è tutto un programma, che non poteva non attirare l’attenzione di qualche produttore cinematografico e così è stato. Arriva così nelle sale la sua trasposizione per il grande schermo (da noi con Fox a partire dal 20 luglio 2012 con il titolo La leggenda del cacciatore di vampiri), della quale lo scrittore timbra la sceneggiatura, Tim Burton la produzione e Timur Bekmambetov la regia. Un trio di tutto rispetto davvero niente male, che come prevedibile mette il proprio marchio di fabbrica su un film che chiaramente non ha velleità né autoriali né storeografiche (quelle le hanno lasciate a Steven Spielberg e al suo imminente biopic su Lincoln interpretato da Daniel Day Lewis), piuttosto di mero intrattenimento.

La leggenda del cacciatore di vampiri rielabora a proprio modo, e per la causa del blockbuster caro a Bekmembatov, la vera Storia e il personaggio di Lincoln. Tutto viene frullato attraverso l’arte della mistificazione in un giocattole che usa lo spunto biografico e lo sfondo storico come slancio narrativo per partire definitivamente per la tangente. Le derive immaginifiche degli autori fanno poi il resto. Il sangue dei morti civili e dei caduti in guerra diventa l’ingrediente che permette all’esercito di vampiri di intrufolarsi nel plot e di provare a cambiare il corso degli eventi. Di conseguenza il dramma bellico e storico lasciano il posto anche a quello privato, ossia a quello di un Abraham Lincoln raccontato sin dalla tenera età, come un ragazzino che vive una vita spensierata assieme a sua madre. Un giorno la madre muore per una strana malattia ed il ragazzo rimane solo. Tempo dopo scoprirà che la malattia che ha ucciso sua madre è stata causata dal morso di un vampiro e da quel giorno in poi giura a se stesso di dare la caccia a tutti i vampiri del mondo. A sedici anni, mentre è impegnato nel combattimento contro un vampiro, il ragazzo viene salvato da un altro vampiro di nome Henry Sturgess con il quale stringe un ottimo rapporto di amicizia. Sturgess insegna a Lincoln la storia del vampirismo, lo addestra nel combattimento e lo manda ad uccidere i vampiri malvagi.

Bekmembatov firma così un action-fantasy dalle derive vampiresche che si lascia trasportare senza indugi dalla scrittura folle di Grahame-Smith, ovviamente piena zeppa di falsi storici e rielaborazioni che avranno fatto accapponare la pelle a qualsiasi studioso. Però, una volta accettato il meccanismo ludico alla base dell’operazione, il divertimento è assicurato. Sulle quasi due ore di pellicola non mancano, soprattutto nella parte centrale, momenti di stanca dove i guizzi narrativi latitano e il lavoro dietro la macchina da presa va di pari passo, ma l’equilibrio si ristabilisce quando lo script straborda e il regista russo spinge senza alcuna esitazione il piede sull’acceleratore. Narrazione e messa in quadro diventano dunque vasi comunicanti, simbiotici per esiti, che frenano bruscamente quando è una delle due componenti a farlo. Come nelle pellicole precedenti, il regista russo ama la contaminazione dei generi e il mix proposto sullo schermo lo dimostra ancora una volta. Il meglio viene dalla numerose scene d’azione sparpagliate qua e là nella narrazione (le scene del molo, dell’addestramento, della mandria di cavalli, della festa da ballo nella villa di New Orleans e dell’epilogo sul treno), chiamate come già detto a risollevare le sorti di un film che in generale sa come far divertire lo spettatore, ma che subisce flessioni in tal senso quando i toni si fanno più seriosi. Le coreografie dei combattimenti e gli effetti speciali sono il motore portante dell’operazione, aiutati in questo da un uso spasmodico ed esasperato in post-produzione di giochi di decelerazione e accelerazione che sono gioia per gli occhi e un po’ meno per le orecchie. Qui la stereoscopia dà il meglio di sé e per una volta vale il prezzo del biglietto al cinema, soprattutto se per vedere il film in questione abbiamo rinunciato a qualcos’altro vista la stagione balneare in pieno svolgimento.

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