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I Misteri e gli Scandali di una Comune Edizione delle Olimpiadi

In ogni racconto mitico e mistico ci sono due poli che comprendono il creato e lo generano. Il caos e la perfezione. E se la seconda è l’emblema dello spirito olimpico, il cui motto è “più in alto, più veloce, più forte”, ieri a Londra ha trionfato il primo. E’ successo tutto quello che di discutibile e compromettente può accadere in un’Olimpiade, più di una squalifica per doping, perché mina il cuore stesso di un’organizzazione olimpica, ossia i giudici, quel fattore umano che spesso distrugge il meccanismo.

Prendete la ginnastica artistica: la grazia incarnata. Eppure ieri, nella finale a squadra maschile, è successo di tutto. All’ultimo esercizio, con la Cina lontana e Gran Bretagna, Giappone e Ucraina a contendersi il podio, il ginnasta nipponico al cavallo compie un mezzo macello, steccando persino l’uscita. Il punteggio è così basso che dall’argento, la squadra scivola 4^ permettendo alla Gran Bretagna – un po’ aiutata dai voti – di agguantare il 2° posto e all’Ucraina (che avrebbe meritato l’argento) il 3°. Ma poi il Giappone fa ricorso, lo vince e si prende il 2° posto in barba all’Ucraina fuori dal podio. Cosa era successo? Che i giudici semplicemente avevano tolto dal punteggio l’atterraggio, brutto e sbagliato ma effettuato, al contrario di come il punteggio infimo rivelasse. E’ bastata una moviola e un pizzico di onestà intellettuale.

In confronto a quello che è accaduto nel torneo di spada femminile è uno scherzo: una protesta, un sit-in vero e proprio che ha bloccato le Olimpiadi per più di un’ora e che si è basato su una domanda metafisica, quanto dura un secondo? Nella semifinale tra la tedesca Heidemann e la coreana Shin si arriva al minuto supplementare sul punteggio di 5-5. La prima che tocca, vince. E dovrebbe essere facile, visto che nella spada non c’è la convenzione che il punto vada a chi attacca per primo, basta colpire il bersaglio, che è tutto il corpo. Eppure la situazione non si sblocca: se finisce in parità vince Shin. Negli ultimi 5 secondi, Beidermann ci prova più che nel resto del match, ma non segna. A 1 secondo, sono ancora piantate lì. Ma qui arriva il busillis: questo secondo non finisce mai, dura 1, 2, 3 attacchi consecutivi senza esaurirsi mai. Solo all’ultimo, la tedesca tocca e vince il match. Ma l’allenatore coreano, aveva già da prima dato segni di nervosismo e protesta sul fatto che quel secondo era finito da tempo: ma il cronometro – non ufficialmente, ma praticamente – non conteggia le frazioni, quindi il tempo si è come triplicato.

Quando l’arbitro, ricostruendo l’azione, dà la stoccata alla tedesca, scoppia il finimondo: il coreano urla e protesta e costringe la sua atleta assieme allo staff a occupare la pedana per più di mezz’ora, quasi un’ora, rendendo impossibile di fatto l’allontanamento anche alla sua avversaria. E intanto i giudici confabulano, vedono video, si ripassano il regolamento, ma non c’è nulla da fare. Quella stoccata non può essere revocata, perché nulla nelle norme lo prevede, dato che il cronometro non si era inceppato, ma ripartiva da capo, come da meccanismo. In lacrime, Shin abbandona il campo di gara. Nella finale per il bronzo, perderà dalla cinese Shun; in quella per l’oro, Heidemann perderà dall’ucraina Shemyakina. Per una stoccata, al minuto supplementare. Lo sport forse ha un dio beffardo.

E agli dei bisogna guardare evidentemente: per motivi di spostamento e organizzazione dello spazio nello stadio Olimpico, è stato spento il braciere per qualche ora, cosa mai accaduta in 116 anni di Olimpiadi moderne, nemmeno nel paese di Olympia in Grecia la fiamma è mai stata spento. La terra della regina ci ha provato e guardate cosa capita: oltre ai due casi clamorosi di cui sopra, incalzano i misteri. La signora casual che senza motivo sfila con la delegazione indiana alla cerimonia d’apertura (si è scoperto fosse un’entusiasta studentessa di Bangalore), il sistema di via che suona per sbaglio rischiando la squalifica della nuotatrice Larsson per falsa partenza nella finale dei 100 rana (vinti dalla nostra amata Meylutite, che sul podio è tornata a essere la bambina che è, per fortuna), i posti vuoti nonostante il comitato organizzatore annunciasse il sold out, la Spagna e l’Uruguay, tra le favorite, eliminate dal torneo di calcio, la prima dopo la sequenza europei-mondiali-europei, la seconda con la prima sconfitta mai subita nella sua storia olimpica.

Per contro, c’è la precisione che conduce all’8^ medaglia delle Olimpiadi italiane: l’argento di Niccolò Campriani nella carabina. Precisione però relativa, perché a due tiri dalla conclusione era 1° con un discreto margine di vantaggio, ma la tensione gli fa sbagliare il penultimo colpo e perdere il 1° posto. Il meccanismo si piega ancora all’umano. Ma in senso del tutto positivo, stavolta.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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