Il Cantico di Pietra – Secondo Interludio

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Il Cantico di Pietra – Secondo Interludio

Prima della pausa estiva ecco il “Secondo Interludio”

Il Cantico di Pietra – Secondo Interludio

Poteva essere alba come tramonto tra gli irregolari gradini che osservavano, sventolanti, il suo magro cammino; fessure strappate a qualcosa di improponibile, percepibile a tratti. Anche se divenivi abile, rimanevano sempre pochi istanti nel comune e intrinseco spreco dei fiati. E lui preferiva gustarseli comodo, rilassato a guardare i suoi fratelli ubriacarsi o piangere all’ennesimo rifiuto dell’oste. Guai a rimuginare sul no di una donna, eppure rimaneva loro abbastanza giovinezza per capirlo con calma, e sazietà. E dopo la comprensione, avrebbero continuato imperterriti a farlo. Almeno, per lui era andata così.

Lo strisciare ritmico d’una serpe lo richiamò ai passi; stava percependo un’estrema, totale, offuscante consapevolezza proprio nel momento peggiore, quando avrebbe dovuto all’opposto essere il più umano e debole possibile. Nondimeno il paesaggio rifulgeva, pericolosamente splendido; tumuli di colline sedotte si serravano a terra, guardinghe, pronte a colpirsi al primo alito d’umano vento: nuvole le loro armi, e stormi di pallide ali i loro sensi. Poi il mare, un mare dipinto con una sola tinta, il mare. Pericolosamente splendido; forse era per questo che in parecchi decidevano di farla finita lì, su quella silvestre e mutante scogliera, sciogliendosi nell’accecante perfezione ancora salva dall’ego dell’uomo. Questione di tempo, si disse, questione di tempo…

L’occasione, tornando agli umili, contava tra quelle importanti, nella vita d’ognuno: la meta era il funerale della moglie, con annessi parenti e affini che nella visione più ottimistica delle cose avrebbero provato, nei suoi confronti, unicamente disprezzo; lui era pessimista di natura, o forse aveva solo vissuto troppo. Tuttavia, invero non era proprio questo il motivo di tanta trepidazione: a quella ci pensavano i figli, le figlie, e qualche nipote. Da circa dieci anni se n’era andato, lasciando tutti e facendosi dimenticare da tutti. Non tenne in conto, non lo faceva stranamente mai in quei frangenti, che la rabbia vanta una memoria quasi illimitata, pressoché divina; lui, del resto, era a suo modo una persona importante, e aveva altri affari da portare a termine che mandare avanti una fabbrica di figliolanza. In ciò era assai all’antica, ma comprendeva che una necessità è non di rado una colpa, ad occhi modesti…e lui di colpe ne aveva, ne aveva certamente.

Comunque c’era ancora parecchia strada da fare. I bordi verdi ridevano del rosso delle ardesie, e gruppi di cacciatori apparivano qui è là nelle loro goffe tenute, fanti autentici d’una storia bensì estremamente dolcificata. Non che allo zucchero fosse contrario a priori, eppure esigeva una certa utilità dal quadro e nell’intento; strumentalità che, ad essere concisi, lui proprio non vedeva; e poteva sentenziare, lui, perché certe situazioni le aveva anche vissute, e certi fanti li aveva pure conosciuti. Anzi, lui un fante lo fu e fece imprese orrende, imprese che al giorno d’oggi si tralasciano per credere in un mondo migliore, non circolare, maturato. Torna tutto, si disse, tutto torna…

Arrivò in vista di Shorbery, un antico villaggio di pescatori che contava 400 anime, tenendo generosamente conto degli animali; per lui il punto della terra più vicino al cielo. Una nebbia di sole impregnava i muri irti di ribes e alghe, e la limpidezza sgargiante del terreno cominciò a dargli la testa, fino a costringerlo a proseguire a mento chino. Ma farsi problemi d’orgoglio non serviva a molto, tra quelle strade: nessuno poneva domande, ognuno ripeteva il rituale quotidiano centellinando i suoni, e li sguardi; la gente vestiva come il primo del proprio cognome, e l’oggetto più tecnicamente avanzato era un telefono fisso, difficoltosamente germogliato nell’osteria centrale. Da giovane avrebbe ordinato il rogo d’un posto simile, ricettacolo di chissà quali eresie e abominazioni; da vecchio si era profondamente ricreduto, come se quei mediocri fossero giunti a una verità, una verità collettiva, per cui lui aveva sanguinato secoli, amori, vite anche non sue. E, vista l’assenza di superbia, risuonava nel nostro un silenzio dell’invidia, accompagnato dallo scorrere d’un certo inconscio rispetto: sentimento di cui si sarebbe vergognato, se solo lo avesse scorto. Ma era troppo impegnato a vergognarsi del rumore che tradiva addentrandosi tra gli abitati, una bestemmia al credo emanato e un sentore d’inadeguatezza a cui alcuno lo aveva pienamente educato.

Sedette di fronte al verde marcio del ricevitore, e l’esplosione di polvere che ne scaturì gli suggerì che l’arnese non aveva cambiato le abitudini del luogo, ostile a qualsiasi cosa vantasse meno di due secoli di sudato vissuto. Compose velocemente il numero, disse qualcosa, e rimise giù; andò ad accomodarsi da una delle larghe vetrate del locale, un posticino tranquillo, arredato da uno strano art decò e tenacemente appartato, sebbene fosse l’unico fulcro di vita nel giro di diverse centinaia di chilometri. Cinque clienti discutevano sommessamente al bancone, indifferenti al forestiero quanto al padrone, un corpulento vecchietto con due guance color sangue che non faceva altro che cantare: una melodia straziante, e tenue, che al massimo poteva commuovere, non disturbare. Sempre intonandola il barista si avvicinò e si pose di fronte a Enfos, con espressione aperta eppure pretenziosa. Decise d’ordinare un rosso, il più costoso che avessero, e al comando il gestore sorrise, e fedele al suo silenzio si allontanò. “Quello deve essere il tipo espansivo, in questa benedetta bettola…”.

-Scusa il ritardo-.

-C’era traffico?-

-Se la vuoi mettere in questo modo…io non vivo ancora di rendita, ricordatelo.-

-Um…comunque…grazie d’essere venuto…non volevo affrontare la cosa da solo- Maichi li aveva fatti conoscere, o almeno così si era convinto quando decise di cercarlo. Dalla risposta sembrava averci preso.

-Dah, non dire sciocchezze, era il minimo…tu come stai?-

Enfos sospirò e per un impercettibile istante divagò con lo sguardo, perdendolo: un tempo avrebbe usato come paragone un vescovo dal pulpito, all’incipit del sermone; ora doveva dire alla stregua d’un politico, nella rantolante apnea preludio del discorso elettorale. Una sospensione dal ruolo per trovare la forza d’una cazzata. Con tutto il disprezzo parlando.

-Dico come stai davvero, Enf…non sono nato 40 anni fa…-

-Scusami…ti dirò, neanche mi ricordo che faccia aveva…Efrion, abbiamo troppo a cui pensare per…per crogiolarci su una mortalità…anche due…ma comunque sto male, credo che lei fosse importante…e i figli…ne abbiamo avuti 10…-

-Lo so…-

-E…probabilmente mi odieranno…e ne hanno tutte le ragioni, umane intendo.-

-Se ti senti in colpa…-

-Ah perché dovrei? Noi siamo quello che siamo. Ce lo siamo guadagnati…non dobbiamo niente a nessuno.-

-Ma tu che hai fatto? Ultimamente, intendo? Sei, come dire, in pensione…meritata, ovvio…però noi operiamo in grande, noi cerchiamo ancora di manovrare il mondo che voi ci avete lasciato così…-

-Che ho fatto? Che ho fatto…-

-Hai sentito delle due…?- richiamò le mani e le strinse finché i pugni divennero violacei. Poi le abbandonò, sotto un ghigno sottile ed energico.

-Opera vostra, come immaginavo…credi servirà?-

-Um, penso di sì…ha innescato diversi processi…e molti portano a noi…anche a te…-

-Sì, ho udito…-

-La gente sta tornando a credere…e nei paradisi che si creano noi siamo sempre più presenti.-

-Sei troppo ottimista…ricordi cosa diceva Mc?-

-“Per conoscere il regno dei cieli consulta la guida tv”?-

-Già…c’è ancora molto lavoro da fare…dovevi vedere prima, Mai…-

Infatti io voglio…Mc parlava di contingenze…guardali…il ceto medio per la comodità ha sacrificato ogni sua concreta utilità…torneremo, stiamo già tornando…-

-Ci fanno tornare…scalfiamo la superficie, e…-

-Hai ragione, a tuo solito…ma sempre meglio che stare qui a ingrassarti lo spirito, o piangere per qualcuno che neppure ricordi…prendi qualcuno dei tuoi figli, e ritorna…-

-Ora hai ragione tu…che anomalia, un vecchio che si inchina ad un giovane…spontaneamente…-

-Tu non sei vecchio…e io non sono giovane…-

Uscirono dopo aver scolato la bottiglia, dal contenuto onesto (ma non vivace).

-Oggi manca il blu…-

-…-

-Che credi significhi?-

-Un tempo pensavo fosse il colore della mia anima a mancare, ovunque guardassi…-

-Bei tempi.-

-Già, bei tempi…non lo so, probabilmente vogliono renderci nervosi.-

-Se mirano all’apocalisse, è fatica sprecata…-

Loro conoscevano diverse cose; non tutte, alcuno ha cognizione di tutte le cose, ma intuivano lo schema generale, la griglia di riferimento, se vogliamo. Il mondo era circondato da gerarchie di anelli, una sorta di serie continua di sfere concentriche, psichedeliche matriosche e variopinte scatole cinesi. Ogni livello tratteggiava, dipingeva o, semplicemente, forniva i cromi a quello sottostante, al contrario ignaro d’avere un superiore. Che principio muovesse i giochi di luci e tenebra perdurava sfocato, eppure solo in parte: il potere c’entra, c’entra sempre; tra loro l’ipotesi di divino altruismo nasceva solo dopo qualche bicchiere di troppo, e suscitava schiamazzi e comi idromielitici fino all’alba, vera o presunta che fosse. Ma sapevano che chi comandava con tali potenza e mezzo era persino peggio d’un dio: l’iride provava, esperiva, si struggeva cadenzata dalle stagioni, e quasi mai da qualcosa d’autentico.

Tuttavia, tale sequenza non era lineare. Ella si percuoteva ciclica. O, almeno, così parve probabile ai loro antenati: pulsavano mondi sotto la polvere d’orizzonte, scavati nelle viscere del suolo, cielo per chi ubbidiva a certi capricci. Pieni di questa consapevolezza, decisero di scoprire la maniera d’investirsi, e presiedere, il relativo diritto del più forte, e qualche via venne di conseguenza scoperta: ognuna portava alla morte, o meglio al regno che ad essa seguiva. E’ opinione dei più che vi sia una dimensione oggettiva, in merito: giudizio e destinazione. E’ sapienza dei meno che la volta è invero interamente soggettiva: il vissuto qui modella la rinascita là, che quella sia vita eterna o ennesima fase. Assodato ciò, il gruppo comprese che, divenendo elemento costante delle credenze e dei valori della plebe, sarebbe assorto a colonna, ad architettura e immagine del reame venturo: a Dio. Alcuni precipitarono in esso, altri invece rimasero nell’olimpo originario, eppure rinforzati, virtuosi, e forse immortali. Ma rimanere nel cuore dei popoli è impresa ardua, e mai completamente assolta…l’infrangersi delle ideologie e delle fedi fece strage tra gl’Alti uomini, ma non sterminio. E ora il vento profumava di ritorno. Mancava il blu, vero…ma presto sarebbe riapparso. E lui avrebbe ripreso i suoi ichimon, rifornito la scorta di qualche hatamoto, e reciso l’ultimo miope legame con cui s’era macchiato; una bieca fortuna che nel clan vigesse la misericordia…in altri sarebbe stato subito braccato, infangato e infine giustiziato d’oblio. Il mondo si era sempre comportato bene nei suoi riguardi. E lui non credeva, questo neanche minimamente, d’esserselo meritato.

La camera ardente sembrava l’anticamera dell’inferno biblico, stagione controriforma; un modello molto imitato, il primo in assoluto se non fosse stato per il far west sci-fi che, negli ultimi cinquant’anni, s’era imposto con cifre assurde, da capogiro. Sperò lei non avesse scelto né l’uno né l’altro, e desiderò che, in quella decisione, lui ci fosse non come slavato contorno, ma come uomo. Affermare che chiunque ti ami vuol dire che non ti rimane che l’amore per te stesso, e spesso neanche. Eppure doveva ricordarlo, anche nel male, soprattutto nell’odio, certamente nella depressione…doveva…non fu riconosciuto, probabilmente perché col tempo il vero avversario si astrae e si mette in tasca, giusto per essere utilizzato nel momento opportuno. La sua prole era al completo, ma di ben pochi poteva servirsi: sei erano donne, e le donne avevano il brutto vizio di divenire eccessivamente influenti; dei quattro maschi due erano troppo dilaniati dal dolore, uno aveva appena dieci anni e…c’era il quarto, e combaciava con le necessità della situazione. Aveva a sua volta due figli in fasce, ma appariva giovane, e in salute; soprattutto era inscalfibile nel viso, e nell’espressione, distaccata e fiera, che sfoggiava nella cacofonia vomitevole dei lamenti. Gli piacque, e decise: lui.

Bastò dire d’essere un penitente cugino del padre per essere invitato, quasi con solennità, al banchetto di commiato. Pochi ospiti e molte lacrime, segno d’un’acerba vecchiaia, e tremenda. Lo prese in disparte appena possibile, e fece l’unica cosa che potesse fare: gli promise la testa del suo vecchio. Ed egli accettò. Scomparvero velati dai pianti, dai piatti rotti, e dal promemoria d’un destino comune. Appena fuori dalla città, lui cambiò un colore, il colore della madre: lo tolse, è più corretto dire, e lo sostituì con qualcosa di più adatto e appropriato: la superbia. Il ragazzo da silenzioso cominciò a parlare, a chiedere. Avrebbe imparato, col tempo…forse seduto alla sua destra, se se ne fosse mostrato degno…con i frutti puoi permetterti di scegliere, e andare per tentativi…con le tinte puoi ingannare, manipolare e sì, puoi uccidere…uccidere davvero…ed essere felice, felice di poter scappare, scappare ancora per un po’, dalla tua consapevolezza…a immagine, e somiglianza…chi mai può invidiarmi?…tra le coscienze che vagano tra noi, insonni, è la mia, quella di Dio, la più sporca.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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